Vinicio Capossela. Tefteri. Il libro dei conti in sospeso.

Tefteri. Il libro dei conti di Vinicio Capossela

 

copertina tefteriNell’anno del tracollo finanziario dello Stato greco, (2012) Vinicio Capossela ha percorso i porti, le vie e i luoghi di una Grecia tumefatta ma orgogliosa e fiera. Il quarto libro del cantautore si configura subito come un viaggio dell’anima e nell’anima: nell’anima della civiltà occidentale, in quella parte di mondo che ha donato un’iconografia all’Europa e che oggi si trova ad essere dilaniata dalla cinghia serrata dell’austerity.  Succede però che per le vie delle principali città greche, segnate dalle peggiori piaghe sociali, ci si possa imbattere in qualcosa di miracolosamente anarchico, sovversivo e allo stesso tempo edificante: il rebetiko.

 Vinicio Capossela vaga allora alla scoperta dei luoghi di questo genere musicale squisitamente mediterraneo, una musica che porta in seno l’identità delle due sponde del Mar Egeo e il carattere di due divinità: la sponda della Grecia sacra, austera, bizantina e apollinea e la sponda turca intrisa di spirito dionisiaco, di vita, delusione e morte. Una musica di osmosi e migrazione, nata in seguito all’enorme esodo che portò più di un milione di greci impiantati in Turchia a (ri)partire per tornare tornare in Grecia in seguito al disastro di Smirne e al Trattato di Losanna. L’apporto di queste genti orientalizzate, ora diseredate e nullatenenti, modificò profondamente la morfologia del quadro culturale e musicale ellenico, ma ben presto il regime di Metaxas e il nazionalismo cercarono di cancellare le tracce di tutti gli elementi turchi dalla cultura ufficiale.

 

 “Il rebetiko, come la sporcizia, veniva considerato una vergogna. Una cosa barbara, non greca. C’è stata una guerra culturale profonda che andava al di là delle imposizioni. Una guerra di purificazione che ha portato a tagliare i ponti tra l’età classica e quella contemporanea. Si è provato ad ampuntarsi della parte orientale. Il classicismo ha portato ad abbracciare l’apollineo, e così si è perduto il dionisiaco. Dioniso è stato relegato alla taverna, dove si è asserragliato e ha iniziato a prendere il buzuki.”p.114

Anche l’origine di questa parola, rebetiko, ci mette dinanzi ad una situazione di ambiguità: “Rebetis è una parola misteriosa e nessuno sa come è nata. Forse viene da rèbelos, ribelle, indisciplinato, renitente alla leva. In persiano, anticonformista. Molti la vedono come guappo, dedito alla droga o al malaffare. Ma altri dicono che viene dal verbo greco remvazo, dalla coniugazione remvome o rebome, che significa contemplare. O secondo altri fantasticare.”p. 94

 E’ comunque la taverna la sua dimensione, il luogo in cui può avvenire una purificazione (chatarsis), un processo che non ha a che fare solo con la musica ma con una riconciliazione. Perché come dice Capossela all’interno del libro “ascoltare il rebetiko è una scelta”. Quella scelta che ti trasporta lontano dalle convenzioni e dalle narrazioni amplificate, che ti sottrae alle dinamiche del nuovo dio Zeus/Mercato e ti sbatte in faccia la morte, gli amori, i peccati e le droghe; insomma.. la vita.

 “Senza taverna non ci sarebbe stato il rebetiko. Certe musiche non esisterebbero senza i posti in cui suonarle. I dischi sono un’astrazione, ma la musica vive nei posti dove si pratica. Il rebetiko si è sempre suonato in taverna perché è una di quelle musiche che si suonano mentre si mangia, mentre si beve e si riceve come una confessione, non in ginocchio, ma da seduti. In taverna si sta seduti. Si sta seduti sul bordo della vita e si attende. Quando si è mangiato, quando si è bevuto, la nostra anima si sbottona e a volte aggredisce, bisogna lasciarle spazio per rifiatare. Certe musiche sono compagne dell’anima. Sono compagne dell’anima a tavola. L’accompagnano come Caronte verso l’Inferno, o verso un momento di Paradiso.”

 Il cantautore non ci fa solo conoscere un genere musicale, la sua storia, i suoi volti, i suoi nomi e i suoi colori, ci fa capire, grazie anche a frequenti dialoghi con greci, cosa ci sia di sbagliato, di fuori luogo e di alieno nella Grecia attuale (si segnalano in particolare le belle digressioni sulle cementificazioni che caratterizzano i grandi inurbamenti greci o la descrizione del contesto politico estremamente corotto tra Pasok e Nea Dimokratia). Si capisce allora perché ascoltare rebetiko “sia una scelta” anche politica, poiché in questo fenomeno di aggregazione -che coincide anche ad un guardarsi allo specchio dell’individuo-, in questo ribellarsi e fantasticare, c’è la chiave e la possibilità di un ritorno.

Il nome del libro, Tefteri, deriva proprio da un aneddoto in cui una donna chiede a Vinicio se il taccuino dove stesse scrivendo fosse, appunto, un tefteri ; ossia un quadernino dei debiti e dei crediti. Uno di quei taccuini che ancora oggi si possono vedere utilizzati, anche in Italia, dal salumiere di paese; lo strumento sul quale, senza interessi, si misura la dignità di un uomo, il suo crédito, l’esser creduto: la fiducia.

 “In taverna non l’hanno mai presa la carta di credito. Forse il credito è un altro, il credito che si guadagna con il rispetto e la fiducia degli uomini. Quel credito che non viene avallato dagli istituti. Ma allora qual è il credito e qual è il discredito? La parola trapeza, che significa credito, indicava anticamente la tavola, la mensa, lo spazio della spartizione sacrificale. Della condivisione del cibo. Trapeza era il banchetto eucaristico e anche il banco del cambiavalute, che poi è diventato, per estensione, la banca. Centro dell’economia contemporanea. Però la parola trapeza, credito, ha anche a che fare con la parola fede. Dunque i banchi della taverna sono i banchi di prova della fede e del rispetto. Luoghi degli uomini. Luoghi di fortuna.”

 

 Vinicio Capossela

Tefteri. Il libro dei conti in sospeso.

 Il Saggiatore

 pp. 156

 

 

 

Precedente Una mostra (con)turbante Successivo Airaudo (SEL) e l’appoggio a Tsipras: storie di poltronismi vari