“Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis”, il film su colui che ha celebrato il Gay Pride da solo, ogni giorno della propria vita

Varichina

Quando Totò Onnis è sceso per le strade del quartiere Libertà con la parrucca scarmigliata, gli occhiali spessi, la camicia a fiori annodata sopra la pancia rotonda ed i jeans a vita alta, per girare le scene del film, agli occhi dei baresi è stato una vera e propria apparizione. E ciò significa, per gli abitanti del capoluogo Pugliese, che quel groviglio di emozioni, curiosità, stupore, venga sistematicamente esternato con battutacce, insulti, sfottò, urla da un motorino in corsa sul lungomare. Come un rituale, che stempera l’imbarazzo nei confronti della diversità, che trasforma la non comprensione di ciò che è stra-ordinario in scherzo carnevalesco, la persona in personaggio. E dunque, il personaggio in umanità, se non pienamente accettata, tuttavia socialmente tollerata, con le proprie stranezze. “Lui era così.” Nulla da chiedere, nulla da aggiungere.
Lorenzo De Santis, detto Varichina, nato e cresciuto a Libertà consegnando a domicilio i detersivi per conto della mamma, poi parcheggiatore abusivo, chaperon di prostitute, inserviente nei bagni pubblici, questi tratti della baresità li conosceva profondamente. E allora si adattò all’unica strada possibile per l’accettazione: la maschera del personaggio. Volgare, eccessivo, provocatorio. Nel bel mezzo degli anni 70, quando ancora l’omosessualità era un tabù, in una Bari che nascondeva, “cett cett ‘mmezz alla chiazz”, inclinazioni, vizi e morbosità sotto il velo delle apparenze, Lorenzo Varichina li ha fregati tutti. Perché quella maschera da personaggio, che in quanto tale può tutto e tutto gli è concesso, paradossalmente, è stato il mezzo di liberazione e rivendicazione della propria identità e lo strumento con cui ha combattuto prendendosi gioco dell’ipocrisia di tutti gli altri, quotidianamente, ad armi pari.

“Varichina – La vera storia della finta vita di Lorenzo De Santis” è un film onesto, anzi spudorato. Sfacciato come le confidenze, i racconti a bassa voce, ma con dovizia di particolari, delle donne nei cortili e per le scale. Spregiudicato come una passeggiata ancheggiando sul Lungomare.
È un film smaliziato, che non teme di ritrarre la Bari di ieri, ma anche di oggi, senza filtri né censure.
È un film bellissimo, che intrecciando l’indagine documentaristica ad una linea narrativa, un po’ teatrale un po’ onirica, trova la propria poetica e rivela l’umanità del personaggio, scava nel profondo, raccontando l’intimità, la fragilità, la tenerezza di Lorenzo Varichina, colte nel rapporto con le vicine di casa (Ketty Volpe e Federica Torchetti). “Ci ritrovavamo nel cortile a parlare di merletti, tendine e lenzuola. – ricordano Amalia, Rosaria e Marcella – E naturalmente, ogni volta che passava un bel ragazzo lui ammiccava…proprio come avrebbe fatto una di noi. Ma era solo e soffriva terribilmente del fatto che la sua famiglia lo avesse abbandonato e di non avere nessuno che gli volesse bene”.

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Ma quando si vuol essere sinceri, bisogna esserlo fino in fondo. E poiché accettare non vuol dire accogliere, ecco che il racconto si fa violento, prende il colore dei lividi e del sangue, della polvere delle strade di periferia dove sostano le prostitute, delle lenzuola di un letto d’ospedale, dei muri di una casa di accoglienza fino a stemperarsi nella patina di fotografie ingiallite, ritagliate, censurate.

Eppure il ricordo di Varichina resta nella memoria dei baresi: il progetto dei registi Mariangela Barbanente e Antonio Palumbo, nasce infatti da un articolo del giornalista Alberto Selvaggi, per la sua rubrica “Quadretti Selvaggi” sulla Gazzetta del Mezzogiorno, pubblicato nel giugno 2013, che rendeva goliardicamente onore a Lorenzo Varichina, “icona pop trash” e “precursore di tutti i Gay Pride”.

“Partendo dai contatti di Selvaggi – racconta Antonio Palumbo – abbiamo cominciato, come in un’inchiesta, a raccogliere i tasselli che compongono la storia. Siamo andati in giro per il quartiere dove ha vissuto e abbiamo raccolto le testimonianze di chi lo ha conosciuto. Non ci sono filmati, pochissime le fotografie, per questo abbiamo deciso di seguire la strada della docufiction. Totò Onnis ha saputo dare muscoli e sudore al mito popolare restituendo umanità a un uomo che la situazione storica, le stimmate sociali, il disamore, hanno completamente deformato. Come una goccia di varichina distrugge un capo di valore, così l’infamia pubblica ha macchiato il valore di un uomo, indelebilmente.”

La macchina da presa entra nelle strade e nelle case, senza mezzi termini, raccoglie allo stesso modo racconti delicati e ricordi imbarazzati, immagini dolorose e momenti esilaranti in dialetto barese sottotitolato. Anche i registi Nico Cirasola e Alessandro Piva contribuiscono al ritratto.
La fisicità di Totò Onnis restituisce tutta la potenza gestuale e mimica di quello che Palumbo definisce “velina nel corpo di un orso”, nell’intimità della casa quanto nei tratti brutti, sporchi e cattivi.
Tutto è improvvisamente vivido, reale, emozionante, umano. Il montaggio di Francesca Sofia Allegra, che armonizza le due anime, documentaristica e narrativa, del film, guida lo spettatore negli intrecci della storia, chiudendo il cerchio del cine-ritratto con un finale perfetto.

“Varichina”, uno dei 49 progetti prodotti da Apulia Film Commission nell’ambito del “Progetto Memoria 2014” (concorso finalizzato alla realizzazione di film sulla vita di personaggi o su eventi che hanno contribuito alla definizione dell’identità e della storia pugliese del ‘900), è stato presentato in anteprima mondiale a Bologna, in concorso al Biografilm 2016. Ma la presentazione a Largo Adua, nel suo quartiere, il 30 luglio, si prospetta come il momento più atteso, il momento in cui, quel Varichina che a Bari conoscevano tutti, di cui restano più ricordi che immagini, quasi a volerlo nascondere come polvere sotto al tappeto di una città in costruzione della propria vetrina, sarà restituito alla memoria collettiva in tutta la sua dirompente umanità.
Urlandoci ancora e sempre : “tutt’ddò avìt’a vnì” [ndr : “Tanto, tutti qui verrete a finire”].

Chiara Magrone

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