Una bicicletta. Un parco. Settembre nel nord Europa.

Parto! il mio viso è ancora piccolo, sorpreso da ogni angolo, da ogni svolta; parto seguendo, intraprendo il mio viaggio che mi inizia all’idea del viaggiare per assaporare, per toccare, per rispettare, per scoprire i luoghi sparsi nel mondo, sentirli come dono ad ogni passo, sentirli come unici perché diversi, sentirli propri per il tempo che ci è dato e poi ritornare nella propria camera ed essere più ricchi, più cittadini del mondo.

Questa volta la partenza sarà più un vecchio sogno che pian piano si è smarrito nei ricordi di fotografie scattate male e nelle vicissitudini del crescere, ma che mi ha segnata.  Questa volta inizia così, con la fortuna di un fratello più grande con la passione per il viaggio e con la sua pazzia di intraprenderne uno al nord con sua sorella, un’unica valigia divisa in due e un pennarello con cui scriverci su, le raccomandazioni di mamma più a me che a lui di prima mattina in aeroporto e uno dei primi voli a basso costo per Bruxelles.

I miei occhi sono gonfi e assonnati, accecati dal sole dell’alba di inizio settembre, che lì all’orizzonte della pista di decollo aspetta di risucchiare nel suo bagliore un altro aereo. Chiudo gli occhi e li riapro a intermittenza tutto è impresso in me come un sogno, un viaggio di magia, l’inizio dell’emozione nello scoprire il viaggio improvviso, non pianificato, fatto di tanti passi intenti a cercare un posto dove dormire e dove mangiare, di posti sbagliati, di tram presi per un soffio con un balzo lungo un metro con gambe che devono ancora crescere ma che in questo sogno di viaggio hanno già la fortuna di poter camminare in terre straniere.

È un aeroporto bianco e già annuvolato, silenzioso e immenso che ci porta ad immergerci in un gioco di scale mobili. Un treno illuminato da neon abbaglianti ci conduce nel cuore di Bruxelles giusto per assaporarne la pioggia che l’estate pugliese ci aveva fatto dimenticare e poi un po’ come un tiro di dadi decidiamo di partire verso Amsterdam. Mi butto con tutto il mio peso su un sedile a caso e rido con mio fratello di quanto bello dev’essere vivere a Bruxelles svegliarsi la mattina e decidere di partire per Amsterdam o per Parigi semplicemente andando in stazione. Lui però mi ricorda che certe bellezze vanno anche oltre il nome e che anche noi abbiamo una tale fortuna a vivere nel sud.

Capirò quella frase solo diversi anni dopo.

Amsterdam è fottutamente pazza, scrivo e ripeto appena metto un piede fuori dalla stazione, mentre con leggiadria ci incamminiamo verso una direzione che ci sembra buona. Io qui seguirò e mi perderò seguendo perché troppo intenta a guardare ciò che mi circonda, la gente veloce da scansare e quella troppo lenta che vuole spiccioli, quella che è appena arrivata come noi, e quella che te ne accorgi qui ci è nata. Adoro le città dove può bere un caffè insieme a chi tutti i giorni beve un caffè in questo posto, dove il turista non è ghettizzato nei suoi menù a basso costo e nei suoi itinerari da fotografare con compatte scadenti.

Scegliamo un posto dove stare guardando i colori delle insegne, i loro nomi, immaginando che panorama offrono e poi eccolo qui : “Hotel Venezia”.  Prendiamo una camera senza pensarci su e la raggiungiamo con un montacarichi, calpestando moquette consumata arriviamo al nostro numero e poi devi sempre trovare un compromesso tra una meravigliosa vista e una camera sottotetto e ci piace.

Giorni di biciclette da riconsegnare per tempo, buttati su prati verdi in attesa di perdersi di fronte a un Van Gogh, a parlare poco per essere fratelli ma tanto per essere viaggiatori solitari, a provare che effetto può fare Amsterdam di pomeriggio con il sole che cala, le solite biciclette in ritardo e il mercato dei fiori, birre da bere come se fossi già grande, e poi quel rosso accecante che ti fa ricredere sul fascino umano. Ma se superi tutte quelle vetrine siano esse rosse o colorate da brand già visti, Amsterdam nasconde teatrini di innamorati su ponti, silenzio e il solo movimento dei canali, le ruote di biciclette sull’asfalto, l’esultare lontano per una partita di calcio e i palazzi colorati. E ti chiedi se il sole che l’Italia ha avuto come dono sia stata una maledizione visto che poi ha fatto sì che gli uomini lasciassero solo al sole la bellezza di un paese, credendo che esso possa coprire gli scempi di color grigio dei loro palazzi.

 

L’Olanda ha realmente i mulini a vento lasciati nell’immenso delle sue pianure e lo scopro su un altro treno che corre verso Arnhem. Ci addentriamo nell’Olanda sconosciuta e cambiamo i cibi. Le provincie profumano sempre di un’aria diversa, riesci a sentire tutti i dialoghi tra chi per strada si incontra e anche se non comprendi una parola, le espressioni  sui visi te ne fanno capire alcune, e ritrovi la calma di cui tutti hanno sempre parlato e ritrovi le vie che si rimpiccioliscono sotto le scarpe, e poi le solite biciclette da scansare. Nella camera di un albergo un po’ retrò il sole entra prepotentemente di taglio, e delinea le nostre ombre sul pavimento e sui letti, Mtv fa girare i suoi pezzi in tv e io sono in questo posto per un sogno d’adolescente che riusciva a rabbrividire per uno spostamento di nazione.

L’unica valigia divisa in due fa fatica a chiudersi, necessita del nostro peso e poi il click è un segnale che ci invita a ripartire verso il Belgio.

L’unica notte a Bruxelles prima del ritorno incomincia molto presto con un volo su un tram preso senza biglietto e i palazzi che ci scorrono affianco, questa città mi richiama Parigi e la sua grande piazza Bologna, girovaghiamo tra posti trovati a caso, e cibi che devo provare per poter crescere, mi assicura mio fratello.

“ Se non assaggiassi tutto questo cibo come potresti dire di essere stata qui!” ed è con questa frase che ho assaporato i cibi di tutto il mondo…

Suonatori strampalati rincorono i vicoli di Bruxelles, il freddo del nord si riscalda di notte, quasi come se la notte fosse fatta non certo per dormire in questa città. Le luci dei palazzi di vetro accanto a quelli di pietra si rispecchiano nel vetro nero del taxi preso a Martelaarsplein, strappati da momenti clandestini passati a provare posti dove stare ad ascoltare musica, dove osservare ballare e a immortalare momenti che sembrano brevi mentre vengono vissuti ma impressi come infinite ore nella memoria. E osservare, e abbandonarsi sul sedile posteriore di un taxi a cui riusciamo a malapena indicare la zona in cui lasciarci, mi fa sentire un po’ persa e un po’ ritrovata in questo mio primo vero viaggio, che ha preso forma sulla strada, su un aereo già in volo, su una guida ingiallita e sporca di birra, tutta scritta e colorata, tutta impressa nei passi che sono riuscita a seguire come molliche lasciate da un innato senso al partire.

 

Fine quarto racconto-

F.K.

 

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