Un ritorno alle semplici cose

Ti ricordi quei giorni in cui eravamo bambini e passavamo i pomeriggi a uscire dalla città, superavamo le nuove periferie e poi subito campagna intorno a noi, gli ulivi che lasciavano trapassare fili di sole e ci colpivano e noi sudati e affannati. Con tutto il nostro leggero peso eravamo sui pedali delle mountain bike, che ci erano state regalate a Natale, e ci fermavamo per raccogliere i gelsi dagli alberi, mangiarli con le gambe a penzoloni, sognare la nostra casa sull’albero e lavorarci ogni domenica di primavera, aspettare i temporali estivi per poter rincorrere le lumache, tutte in un sacco grande, a noi facevano tenerezza, ai grandi no. Noi sporchi di terra per divertimento e le mani sempre piene di schegge, nei giorni in cui eravamo bambini.

 

Mi riaffiorano ricordi di infanzia mentre sono con occhi semichiusi, di fronte a uno zaino che improvvisamente ritrovo pieno di macchine fotografie e magliette, alle 6 di una mattina d’estate in casa mia che è deserta e sempre perfetta da quando io non ci abito più; sono seduta su una grande mappa su cui ho disegnato strade e città, riesco a star dentro a tutta questa mappa, a questa terra in cui sono cresciuta, da cui me ne sono andata e su cui ritorno per  far sogni tranquilli.

Sento di stranieri che pagherebbero per vivere momenti con cui i sono cresciuta, pagherebbero per toccare questa terra così come io ho sempre fatto.

Alle 6 di mattina d’estate il sole già scotta in Puglia e la mia pelle già ne risente, l’aria di questa città affacciata sull’Adriatico è meravigliosamente fresca quando ci ritorni dopo un lungo viaggio di vita fatto al centro-nord e il gesto più naturale è quello di caricare una macchina e partire, per arrivare nelle sue viscere e poi continuare sino alla sua punta e poter sentire il vento dei due mari unirsi e riempire i miei polmoni di aria nuova che lavi via il nero delle città che ho vissuto.

Si parte tranquillamente per strade solite, con musica lenta, cappello in testa e ventosotto il palmo della mano sinistra. Lasciamo il mare e prendiamo le strade dritte e lunghe, incorniciate da ulivi e vigneti. La terra è arida e gli orizzonti immensi, abbandonata la costa ci immergiamo nelle Murge e come i mille panorami visti dalle terrazze più alte di città europee ben conosciute il fiato esce affannoso, il respiro è mozzato e i colori del cielo con il sole ancora basso sono un’armonia che rilassano gli occhi, li compiacciono e mi danno il benvenuto a casa. Le strade asfaltate sono sempre da abbandonare per seguire quella lingua di terra che entra nelle Murge e scompare, ma che se la segui ti può portare a destinazione, mangiando polvere e donandoti luoghi misteriosi, abbandonati, incontrati sulla strada da persone prima di noi, abbandonati ancora e immortalati nelle mie fotografie. Lungo la linea dell’orizzonte, che dopo curve ora appare più chiara, c’è la prima tappa del viaggio.

C’è uno di quei famosi matrimoni della provincia del sud in una delle cattedrali più imponenti della Puglia. Al centro della piazza di Altamura i bambini che giocano a calcio sotto il sole rovente, non si curano del bianco della sposa e intanto nel paese fremono i preparativi per il 15 Agosto e anche qui le strade sono chiassose e piene di movimento, che come sempre i piccoli vicoli laterali si dimostrano più intimi, più veri. Fondamentale più che mai nei miei viaggi il morso al cibo tradizionale e nonostante la partita questa volta si giocasse in casa non è da meno il proverbiale piacere che provo assaggiando un piccolo boccone di mozzarella fresca di giornata, appena fuori dal caseificio. Non c’è sensazione più incantevole di ritrovare i piaceri.

E i piaceri si riprendono viaggiando, scegliendo le strade meno ovvie, quelle che ti portano nei paesi, ti bloccano nel loro traffico di piccola realtà, ti infilano nei mercati rionali, ti fanno rallentare, osservare e salutare la gente del posto, la Puglia la si deve vivere dal suo interno, attraversando le sue campagne, guardando stupiti i primi trulli che si incontrano, abbandonandosi per un po’ sui muretti di tufo bollenti all’ombra di un imponente albero di fichi, con le lucertole che ti fanno compagnia e poi una breve tappa nel mondo dei trulli per sentirsi unici nel mondo, ricchi di ricchezze intangibili, dove si ritrovano tutte quelle lingue di quelle grandi città europee, dove passerei le ore ferma tra i turisti aspettando che mi diano la loro macchina fotografica tra le mani chiedendomi di scattare per loro il ricordo del paese dei trulli.

La Puglia è da vivere dal suo interno per scendere e camminare sino al suo punto più alto, per scoprire Ostuni da un punto inaspettato e meravigliosamente osservare questa terra dall’alto. Il mare è lì all’orizzonte come ogni giorno della mia vita, come ogni sveglia nella mia camera al settimo piano, il mare era sempre lì nero o azzurro, immenso o con quella terra di fronte che da piccola volevo sempre raggiungere a nuoto, era lì che mi dava il buongiorno e pian piano a piccole dosi donava libertà ai miei occhi, pian piano mi spingeva a vedere sempre meno orizzonti e sempre più immensità da perdere i sensi. Ostuni è sempre da riscendere di corsa, rotolando per le sue stradine, tra i suoi turisti, tra i bar della piazza, Ostuni è da guardare mentre sei sulla strada del ritorno e dietro di te la vedi bianca, piccola, incastrata nel cielo azzurro di un pomeriggio d’estate da far finire ancora più a sud.

Ho solo l’impressione che l’asfalto stia bruciando le mie suole troppo sottili e consumate, ma lo sfuocato con cui osservo la campagna all’orizzonte mi da il buongiorno, in una terra in cui mi sento straniera per i dialetti incomprensibili che ci sono alle mie spalle e il cibo beatamente nuovo.

Il Salento e il primo tuffo nel mare limpido, mi perdo, lascio la riva e i miei occhi vedranno solo sabbia e acqua, l’aria non arriverà ai polmoni per un po’ e le mie orecchie sentiranno acqua frusciante. I  raggi del sole entrano nelle onde e creano colori da acchiappare con le mani e la risalita è un ritorno alla vita.

Avete presente il vento in poppa a una barca a vela in alto mare, quanto possa essere forte da portarti ovunque?  I giorni in Salento non meravigliatevi se saranno così, hai momenti da far tuoi in ogni posto che attraversi, in ogni strada dismessa e che magari credi sia quella sbagliata, ma fregatene dei segnali ci sono mille modi per attraversare il Salento, e quando senti il vento sai che sei arrivato.

Gallipoli. Non c’è altro modo di viverla sennò di sera tardi nei suoi vicoli attorcigliati e ingarbugliati fra loro, come un labirinto silenzioso e profumato dai retro dei ristoranti di pesce, con aria piena d’iodio, che le case ne sono impregnate e sudano sale, assonato da notti lunghe per gente straniera e  lì dentro cerchi una via di uscita guardando in alto e il cielo è sempre stellato, e girando e girando senza direzioni da seguire poi il labirinto si apre e c’è il silenzio.  Un canto che proviene da una finestra affacciata sulla strada… sono tre uomini, una chitarra e buon vino e poi il mare, e i cinque minuti da prendersi per pensare con lo sguardo perso nel buio fitto dell’orizzonte.

Il mare è perfetto, il sole è quello del tramonto, la spiaggia è nel giusto scorcio del sud, ora è il momento dell’immersione. Iniziata già di mattina sulla strada verso il sud estremo, verso la fine dell’Italia che mette emozione, i brividi e l’entusiasmo dei bambini. Il punto dove i mari si uniscono, dove non c’è ritorno, dove ciò che si immischia non può che diventare un tutt’uno. Una signora mi ferma e mi racconta che lei questa terra la ama, e questo punto è suo e di tutti i salentini. Poi mi guarda, guarda il mare e si corregge, e ripete che questo punto è nostro, dei pugliesi, degli italiani; mi sorride come se mi conoscesse da una vita, mi saluta e se ne va. È stato un ottimo incontro in un posto speciale, con le parole più semplici che si possano sentire.L’immersione nel sud è giunta alla sua meta, e il vento me ne da conferma…  quella taranta vista ballare in spiaggia me ne da conferma, Otranto e il suo castello me ne danno conferma. Il tramonto con il sole nel mare, e l’acqua calda che accarezza la mia schiena, restare sino a vedere l’ultimo lembo di sole tuffarsi nel mare, mangiare a un passo dalle onde del pesce semplice e il sapere che ci troviamo nella terra dove l’estremità, le punte, le ultime cose sono le più importanti, non può che farci riscoprire le semplici cose della vita.

 

 

 

Penso che i pomodori più rossi non potrei trovarli in nessun altro luogo diverso dalla mia terra… rifletto mentre di mattina presto sono nella piccola piazza del piccolo paese che ci ha ospitati.

 

-Fine quinto racconto-

 

F.K.

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