UN RACCONTO SENZA VELI

“Personalmente, dopo tutti i miei viaggi, non me ne importa niente delle parole impegno e disimpegno, mostrando nel così dire, un riprovevole disimpegno. Lo confermo, sapendo a cosa vado incontro. Il mio impegno, quando pensavo di essere impegnato, era questo: credere fermamente che, con le mie parole scritte, avrei informato e forse coinvolto nella sorte di alcuni ragazzi di quindici sedici anni, mandati a fare la guerra e disperatamente morti, alcuni lettori. Forse non sono riuscito e io ho sempre pensato e ancora penso che l’impegno di uno scrittore dovrebbe essere questo, che pare non sia più o non debba essere.”
                                                     Guerre politiche – Goffredo Parise

Forse ad un certo punto rielaborare ciò che si vedeva con i propri occhi o che si viveva sulla propria pelle non era abbastanza. Forse in un dato momento, quando sia stato di preciso nessuno può dirlo, semplicemente si sentiva l’esigenza di raccontare in maniera scarna e cruda una realtà che non funzionava più. Oppure per dire di altre realtà, per spiegarne i meccanismi. Forse c’è stato un momento in cui il termine “romanzo” non era più la parola giusta, non rappresentava quel nuovo tipo di scritti di quella nuova generazioni di narratori che avevano altre cose da dire, che raccontavano i fatti in un altro modo. Nasce allora il reportage, che tuttavia non è solo riportare la proprie esperienze trasferendola su carta, quanto partecipare del sentimento delle cose. Questo è almeno quanto ha fatto Goffredo Parise in Guerre politiche. Questo libro raccoglie quattro reportage su: Vietnam; Biafra; Laos e Cile. Quattro viaggi di questo autore che vede la guerra, la miseria e decide di raccontare una storia. Il libro ve lo consiglio per intero, ovviamente, tuttavia voglio soffermarmi sul primo reportage, quello sul Vietnam che mi è particolarmente piaciuto, il resto lo lascio al vostro insindacabile giudizio di lettori.

Apriamo il nostro libro e leggiamo AVVERTENZA:

“Sono qui raccolti alcuni scritti ‹‹politici›› desunti da altrettanti viaggi in zone di guerra o di rivoluzione, Metto ‹‹politici›› tra virgolette perché sul loro valore politico e non cronistico e contingente divento ogni giorno più scettico(…). Rinnegare quello che ho visto, e il più sinceramente possibile raccontato, sarebbe troppo. Mi limito a dire scettico e a scrivere ‹‹politici›› tra virgolette perché, per mia ma soprattutto per altrui disgrazia, essi, in un modo o nell’altro sono racconti e ricordi di guerre ‹‹politiche››. Di guerre giuste e ingiuste si diceva in quegli anni e si dice, e si dirà.”
Guerre politiche – Goffredo Parise

Ho scelto di parlare solo del reportage sul Vietnam perché parlare di tutto il libro avrebbe privato, quantomeno quelli che ancora non hanno avuto la possibilità di leggerlo, di qualcosa; perché se vi dicessi tutto sminuirei l’intento principale dell’autore che è quello di raccontare senza alcuna mediazione se non la carta stampata. Vi parlo solo di questo perché è quello che mi ha fatto innamorare di Parise, del suo modo di raccontare e di descrivere e che mi ha convinta a leggere tutto il libro fino alla fine. Il primo “capitolo” di questa esperienza s’intitola “ In un paese che non è il mio” e comincia con questa frase: “ Questo è il mio primo giorno di guerra.” . Man mano Parise entra in nuovo mondo che non conosce per cercare di capirlo ma giunge ad un’altra verità. Presto scopre che i mondi da raccontare sono due, oltre quello vietnamita, anche quello statunitense che col primo si raffronta entrando inevitabilmente in collisione. Parise parla con i soldati americani, riporta le loro parole e così la sua storia inizia a racchiuderne altre.

‹‹ Sono arrivato qui soltanto da un mese, ho partecipato ad una sola azione da cui sono tornato ieri. È durata una settimana e siamo stati attaccati. Ho ucciso due VC. Altri ne abbiamo catturati . (…) Questa zona è abitata da tribù montanare (…). Noi diamo loro riso, sicurezza e cominciamo a costruire le prime scuole. Sono brava gente, ma molto primitivi ›› .

Si riduce tutto ad una parola: PRIMITIVI. Si cerca di esportare un tipo di cultura, quella “giusta”, tutto quello che non si conosce, tutto quello che non inquadriamo è diverso. Spaventa, va pertanto eliminato. Emerge, per tutto il reportage, il raffronto di Parise fra il mondo vietnamita e quello americano. Il primo nell’apparenza primitivo, il secondo miglior campione di quello che definiremmo “mondo civilizzato”. Mettiamo a raffronto due descrizioni del nostro autore.

“La donna Vietnamita è molto bella. (…) Questa affermazione può sembrare una generalizzazione e in parte lo è: mi giustificherò dicendo che una donna è giudicata o dovrebbe essere giudicata universalmente bella non quando la sua bellezza coincide con la convenzione ma quando, al contrario,la sfugge. In altre parole quando si differenzia per il solo fatto di essere se stessa secondo natura. (…) Per dare un’immagine della donna vietnamita bisogna descrivere i suoi movimenti. (…) si pensi alla naturale eleganza, alla souplesse e insieme all’autorità di una volpe (…).”

Da una umanità ricca, ancora dalle movenze naturali si passa ad una incravattata e costretta.

“ Uno smoking così rigido, così glacialmente impeccabile, ed un volto così immobile, sorridente, pubblicitario, con il suo bicchiere scintillante di whisky ambrato e ghiaccio, da suggerire subito alcune associazioni. (…). Quante volte avevo visto quello stesso uomo. Con quello stesso smoking, nelle pagine pubblicitari elle riviste americane?”

Un raffronto fra due opposti trascina Parise nel vortice di nuove realtà e anche quando la situazione si fa pericolosa, a causa della guerra, lui è sempre in prima linea per essere testimone. Tornare alla quotidianità diventa difficile.

“Oggi parto per l’Italia, ma sono di malumore perché vorrei rimanere ancora per molto tempo. Che faccio a Roma? A Roma mi annoio. Un elegante giornalista inglese, che fa colazione con me sorride (…)
‹‹Rimanere in Vietnam? Lei è matto.››
‹‹Spero di no. ››
‹‹Allora perché vuole rimanere? Nessuno la obbliga. ››
‹‹Non so bene perché, forse perché amo il Vietnam e come tutte le cose che si amano vorrei capirlo. ››
‹‹Non lo capirà mai, creda a me. Io sono qui, purtroppo, per la quattordicesima volta in venti anni e non ho mai capito nulla. Perciò, caro amico, c’è una cosa sola da fare per chi ama il Vietnam. ››
‹‹Cosa? ››
‹‹Dimenticarlo ››”

Ancora una volta, per l’amore del narrare, nasce un nuovo genere: il reportage. In realtà non è Parise il primo. Un certo Truman Capote scrive negli U.S.A, poco prima, “ A sangue Freddo” che sarà il rappresentate impuro di questo filone letterario. No, Parise non è il primo e non è neanche l’ultimo. Oggi Roberto Saviano scrive Gomorra, usando le basi che, sul finire del secolo scorso, aveva gettato l’autore di Guerre politiche. Questo perché l’uomo, in ogni tempo, sente il bisogno di raccontare e raccontarsi, di scoprire e di scoprirsi.

“Non si tratta dunque di passione politica o militare, ma di una specie di fame fisica e mentale che porta a confondere il proprio sangue con quello degli altri, in luoghi o paesi che non siano soltanto quelli della propria origine”

By B&A

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