Rileggendo Pasolini

La notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 veniva assassinato Pier Paolo Pasolini. La sua assenza scavava un vuoto nel cuore e nella coscienza non soltanto di chi lo aveva conosciuto e ne aveva riconosciuto il genio, ma di quanti sarebbero stati testimoni di un tempo che assumeva sempre più i contorni di un “universo orrendo”, di un “nuovo fascismo”, ancora più pericoloso del vecchio, che neutralizzava le differenze, omologando i bisogni, i desideri, le identità. Moriva un poeta, come ripeteva Alberto Moravia il giorno dei suoi funerali, moriva soprattutto un uomo la cui spregiudicatezza intellettuale manca a noi che siamo i figli di quella generazione alla quale Pasolini si sentiva irrimediabilmente estraneo. “Generazione sfortunata” erano per lui i giovani del Movimento studentesco, che portavano avanti la battaglia per una nuova società e una nuova cultura facendo guerra ai “padri”, senza contare che insieme alle forme di repressione messe in atto dal potere dominante veniva sacrificata anche la cultura del passato, la tradizione storica, culturale, letteraria che aveva costituito la ricchezza principale del nostro Paese. Pasolini denunciava i limiti di quel sogno rivoluzionario che, interrompendo il dialogo col passato, finiva per assecondare la volontà della classe dominante di sbarazzarsi di una cultura forte e consolidata, quale quella che si era venuta appunto formando negli anni Cinquanta. Un quarantennio ci separa dal Sessantotto, ma mai come oggi l’epiteto di “generazione sfortunata” si rivela tanto attuale. C’è solo una differenza, che Pasolini avrebbe visto nei giovani del nuovo millennio delle vittime più che dei carnefici, costretti a pagare il peso non già delle proprie scelte, ma delle scelte altrui. E forse avrebbe fatto propri il disagio e le ragioni dei movimenti, se è vero che la battaglia dei giovani studenti e lavoratori che continuano a riempire le piazze si gioca, oggi, su un altro piano, nel tentativo non di distruggere ma di ripristinare un dialogo interrotto. Sfortunata è la nostra generazione non perché abbia voltato le spalle a chi l’ha preceduta, ma perché le è stato negato il diritto di affermare la propria identità, perché è stata come abortita. Pasolini concludeva così il suo disperato appello alla gioventù sessantottina: “Oh ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano / una meravigliosa vittoria che non esisteva!”. In questo senso, la forza dei movimenti di oggi è nell’umiltà con cui la lotta alla repressione sociale e culturale viene condotta, nella ricerca cioè di un confronto che miri a includere e non a discriminare le energie positive, nella consapevolezza che un cambiamento si produce solo se il presente dialoga col passato e con la cultura di cui esso è portatore.

M.C.

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