Quella frase imbarazzante sul calcio femminile.


Non sono ancora sicura se sia il caso di scrivere o meno su quello che ultimamente ha scosso gli sportivi del nostro sacro paese fondato su pasta e calcio. Non sono sicura che questa sia la scusa giusta per parlarvi di uno sport che conoscete bene, di cui padroneggiate le tecniche e gli schemi, uno sport che vi incolla alla tv e vi fa urlare come forsennati. Non ne sono ancora certa perché temo che quello che sia uscito negli ultimi giorni sia una leggerezza condivisa da molti di voi, un “toccatemi tutto ma non il calcio”, una velata compassione verso un mondo che in fin dei conti non vi interessa.

Il calcio femminile vi fa sorridere e io lo so benissimo, iniziate sempre a blaterare frasi sulla lentezza del gioco, sui pantaloncini corti e sulle tette… sì sulle tette! Non ho mai capito se la vostra sia preoccupazione o curiosità sul come una donna possa stoppare con il petto un pallone, ma vi giuro che si può fare benissimo!

E così capita che la frase che finalmente porta il calcio femminile in tv, prima ancora del calcio maschile, è quella più classica, più in voga, più comune “ … ste quattro lesbiche che giocano a calcio”. Per la precisione la frase pronunciata dal Presidente della Lega Nazionale Dilettanti sarebbe “ basta dare soldi a queste quattro lesbiche…” e qui la frase si fa meno comune e più imbarazzante. A mio parere, trovo questa frase uno specchio del nostro paese, con dirigenze inopportune, credenze popolari, un paese che ha difficoltà a scardinare un sistema patriarcale e maschilista, un paese omofobo che non riesce ad assicurare uguali diritti a tutti i suoi cittadini. Non è difficile che un paese del genere non sia in grado di sostenere e promuovere lo sport “nazional-popolare” nel momento in cui a giocarlo sono le donne. Una donna che gioca a calcio è una donna che in qualche modo ha rotto uno di quegli schemi.

In Italia, sembrerebbe quasi che una donna che gioca a calcio sia una donna coraggiosa, che nel suo piccolo ha combattuto una lotta per essere su un campo d’erba con dei tacchetti ai piedi, una donna che è entrata con forza in un sistema governato dagli uomini e non è difficile che una donna che faccia questo venga subito etichettata come maschiaccia e quindi lesbica.

È assurdo che ancora succeda questo, ma non è poi così insensato che succeda in un paese che non insegna ai propri bambini ad esprimere se stessi ma ad omologarsi a un genere, un paese che ci divide nei colori e nei giochi, che durante l’ora di educazione fisica divide maschi e femmine, tra calcio e pallavolo.

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Io mi sento di rispondere a quell’affermazione “basta dare soldi a queste quattro lesbiche…” con un bel “ e allora? Anche se fossero tutte lesbiche? Il problema qual è?

Ma la realtà è più bella degli stereotipi e gli stereotipi si eliminano vivendo la realtà, e tra queste ragazze che giocano a calcio ci saranno alcune lesbiche, alcune etero, alcune che non sanno ancora, altre bellissime, altre un po’ bruttine, alcune grintose, altre scontrose, altre simpatiche, altre introverse… e allora? Il problema dov’è? La maggior parte di queste ragazze non gioca a calcio per una lotta, per fare una rivoluzione ma semplicemente per una passione, per la bellezza di questo sport, per una scelta naturale che non ha radici in rivendicazioni o convinzioni politiche, ma soltanto per una scelta portata avanti con il cuore e con le gambe.

Vi invito a staccarvi dalla tv e a cercare una squadra di calcio femminile vicina alla vostra città, vi sfido ad andare sugli spalti di una partita di calcio femminile, a vederle giocare, a soffrire con loro e a gioire per un gol. Vi invito anche a guardarvi intorno, a vedere le loro panchine, le strutture che hanno a disposizione, gli arbitraggi, i palloni contati. Vi invito a guardare la serie A femminile e a restare sino all’ultima partita sul filo dell’emozione del non sapere chi vincerà il campionato, a recuperare la bellezza di questo sport, pulito e sano. Vi invito a conoscere queste ragazze, a parlarci, magari fotografarle come è capitato a me e poi non sarà così semplice etichettarle, perché a quel punto la realtà avrà superato gli stereotipi.

Magari all’Italia manca proprio un po’ di realtà, soprattutto quando si parla di calcio femminile.

E alla fine mi viene da pensare che il calcio femminile sia più forte di quello maschile su certe tematiche, in fin dei conti è fatto da ragazze che devono scardinare dei modelli di genere, che anche inconsciamente emancipano loro stesse e le persone che hanno intorno, a differenza di un calcio maschile che opprime e soffoca, che discrimina e uccide le sfumature dei ragazzi che ne fanno parte. Forse il calcio al femminile è più libero perché formato da quattro lesbiche e da quattro etero che hanno pochi problemi ad ammetterlo!

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Testo scritto da Francesca Buonacara.

Francesca non è una calciatrice. Ma è una fotografa che, lo scorso Agosto, ha avviato un progetto fotografico in collaborazione con una squadra di calcio femminile impegnata in seria A, la Pink Bari. Le fotografie pubblicate in questo articolo sono state estratte dal suo progetto ” La prima stagione in serie A femminile. La Bari è al femminile”

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