PRENDETENE TUTTI: STORIA DI UNA VENERE STUPRATA.

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Una storia ci colpisce maggiormente quando è vera.

Vera è la storia di Saartjie Baartman, una giovane donna appartenente alla tribù sudafricana khoikhoi, detta anche “ottentotta” dalla parola olandese “hottentot” che significa balbuziente, per i particolari suoni ripetuti in questo idioma. Saartjie, ossia piccola Sara, fu esibita agli inizi dell’ottocento, in Inghilterra e in Francia, in uno dei freak show che andavano molto di moda in quegli anni, non solo per le strade ma anche presso le corti nobiliari. Saartjie era mostrata e ridicolizzata per l’ipertrofia eccezionale del suo sesso e dei glutei. La donna trascorre la sua vita fra esibizioni degradanti, oggetto di osservazione scientifica e infine puttana in un bordello Parigino. A soli 25 anni Sara muore, probabilmente di tisi o sifilide e il suo corpo è venduto al famoso darwiniano Georges Cuvier che fa un calco di gesso della donna che sarà esposto al Musée de l’Homme di Parigi, insieme ai genitali, scheletro e cervello.

Questa è una storia, una come tante, di una donna di quell’epoca. Una storia che probabilmente non avrei mai conosciuto se non fosse stato per lo splendido film Venere nera che il regista tunisino Adbellatif Kechiche, ha presentato alla Mostra del cinema di Venezia. Una pellicola che non si preoccupa di raccontare la vita travagliata di Saartjie (interpretata magistralmente dall’attrice non professionista, cubana ma di origine africana, YahimaTorres) o di infastidire il pubblico che, per una volta, non è protagonista con la donna. La “piccola Sara” è al centro del film ma non ne è la voce narrante, lo sono più gli sguardi che la osservano: è in loro che il pubblico s’identifica, provocando una sensazione di straniamento e di disgusto. Altro non può accadere sin dal principio, quando vediamo Saartjie esibita dal suo “padrone”, il domatore Rèaux, che racconta di come sia riuscito a catturare questo magnifico esemplare femminile di ottentotta e ne mostra la pericolosità tenendo stretto il guinzaglio che le fa indossare. Sara ringhia e si dimena, si butta addosso al pubblico e diventa sottomessa al momento giusto, facendo toccare le sue natiche alla gente incuriosita e divertita. Ovviamente è tutta una farsa, alla fine della spettacolo vediamo Saartjie che fuma una sigaretta, si fa un bicchierino ma non parla, i suoi occhi sono spenti.

Raramente la nostra “venere nera” proferirà parola durante il film, se non quando le verrà chiesto in maniera esplicita e la maggior parte delle parole pronunciate saranno state accuratamente studiate dal suo padrone. È quello che succede durante il processo richiesto dall’African Institution che accusa Réaux di razzismo e riduzione in schiavitù, nei confronti della donna ottentotta. Quando Saartjie viene chiamata al banco dei testimoni però dichiara di essere un’artista e che quella spettacolarizzazione del suo corpo, della sua persona, non l’infastidisce «Nella vita reale non sono ciò che sono sul palco, io recito», afferma. Procedendo con la visione del film veniamo a conoscenza di alcuni particolari della vita di Sara e non si può che provare una stretta al cuore nel momento in cui quegli occhi, puntati verso il nulla ma pieni di lacrime, raccontano di come abbia perso suo figlio per una malattia. Conduce una vita senza scopo Sara, ad un certo punto del film è chiaro. Al principio sembra interessata ai soldi che può guadagnare dalla sua umiliazione, anche se non è chiaro se siano per lei o per chi la possiede. Il denaro forse, come una promessa di un’esistenza migliore per riscattare una libertà che non arriverà mai e, come confessa lei stessa durante il processo, forse per la speranza diventare mamma nuovamente. Rimangono solo sogni che non sono destinati a realizzarsi. La sola volta in cui Sara proverà a imporre il suo volere, per preservare l’ultimo brandello di dignità, sarà quando si rifiuterà di mostrare i suoi genitali ai naturalisti guidati da Cuvier, curiosi di catalogare e analizzare quel corpo così diverso. «Che problemi avevi a farlo?» , le chiede Rèaux ma la risposta di Sara è solo un secco «No», mentre guarda il nulla. Questa mancata obbedienza le costerà molto e diverrà una prostituta in un bordello francese multietnico, per poi essere abbandonata al suo destino una volta scoperta la sua malattia. Muore sola e il suo corpo non trova ancora pace. Viene violato e ridotto a brandelli da quegli scienziati a cui non aveva voluto mostrarsi. Quell’intima parte di sé , che non aveva voluto svelare, sarà per secoli esposta agli occhi del mondo intero.
«Mi ha impressionato la parabola di una persona di cui è stata completamente ribaltata la volontà. In vita non aveva voluto mostrare agli scienziati le sue parti intime e dopo la morte si trova a esporle al mondo intero»; è dal finale che sembra partire Kachiche, colpito dalla storia di Saartjie proprio perché anche l’ultimo desiderio della donna è violato. Una storia del passato ma non per questo senza ripercussioni sul presente, infatti il regista tunisino ha dichiarato « I temi del film, razzismo e sessismo, hanno una valenza politica contemporanea. Le teorie di Cuvier sono state elaborate in tempi recenti, diventando supporto del fascismo. È quello che accade oggi quando al nostro sguardo
l’altro appare diverso. Io sono molto preoccupato per la Francia, in cui Sarkozy espelle i Rom».
A questo punto mi sembra chiaro il motivo per cui, sebbene Saartjie sia protagonista de Venere nera, non sia in lei che lo spettatore debba ritrovarsi. Guardiamo con gli occhi di chi Sara la scruta, l’analizza, la giudica.  C’identifichiamo con gli spettatori di allora perché noi lo siamo ora, ci sentiamo a disagio, ci sentiamo diversi da quegli occidentali dell’ottocento che reputano una cultura che non è la loro, semplicemente “sbagliata”. Alla fine però dobbiamo fare i conti con noi stessi e chiederci se è vero che oggi non è come allora. Siamo spettatori delle ingiustizie del nostro tempo, questa è l’innegabile verità, a prescindere da come la pensiamo.
Fino al 2002 un calco in gesso di Saartjie dall’espressione dolente era esposto al museo di storia naturale di Parigi, insieme ai genitali della donna messi dotto formaldeide. Nel 1994, in seguito all’abolizione dell’apartheid, lo stesso Nelson Mandela si è mobilitato per far si che i resti di Sara tornassero in patria. Nel 6 Marzo del 2002, la Francia accettò la restituzione e le spoglie di Saartije furono sepolte sulla collina Vergaderingskop. A duecento anni dalla sua morte, finalmente il suo corpo trova la pace lontano da sguardi indiscreti.

B&A

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