Pontormo e Rosso a Palazzo Strozzi: una mostra per esperti?

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Raramente mi capita di visitare una mostra che mi lasci soddisfatta sotto tutti i fronti, in cui la serietà dell’impostazione scientifica si coniughi a un’autentica emozione che scaturisca dal succedersi delle opere, come è successo nel caso di “Pontormo e Rosso Fiorentino, divergenti vie della Maniera”, in corso ora a Palazzo Strozzi.

 

Curata da Carlo Falciani e Antonio Natali, direttore degli Uffizi, la mostra presenta un buon numero di opere dei due illustri artisti fiorentini del ‘500, proponendo anche, come vedremo, un aggancio con l’arte più recente. Uno stimolo ulteriore che dal mio punto di vista conferisce un valore aggiunto ad un’esposizione già in sè impeccabile.

 

Tuttavia, il mio personale entusiasmo si è dovuto smorzare di fronte a commenti colti fortuitamente e alla lettura di articoli da cui si evince quanto questa sia stata recepita dal pubblico come una mostra “per esperti”.

 

Sicuramente si tratta di un’esposizione messa a punto con serietà e che presenta uno spessore scientifico di livello, qualità questa sempre meno diffusa nell’ambito delle mostre che mirino a conseguire un’elevata affluenza di pubblico; ma dobbiamo quindi concludere che qualità e serietà dell’impostazione comportino necessariamente un indirizzamento dell’interesse verso chi già se ne intende, risultando invece inesorabilmente respingenti per il pubblico medio?

 

È possibile che di fronte alla bellezza di opere così insigni, messe in risalto nel migliore dei modi da un allestimento sobrio, il visitatore non esperto possa restare impassibile, a causa soltanto di un presunto tecnicismo delle didascalie, o forse proprio dell’allestimento non abbastanza spettacolare?

 

 

Proverò ad individuare i motivi che rendono questa mostra stimolante e godibile sotto tutti i punti di vista, soffermandomi principalmente su allestimento e scelte curatoriali, dal momento che gli artisti rappresentati sono da tempo consacrati e la qualità delle opere fuori discussione. Perchè in ogni caso, nonostante tutte le considerazioni che si possono fare, il primo e più importante elemento di interesse in una mostra, per qualsiasi tipo di pubblico, rimane la scelta delle opere. Tutto il resto deve essere concepito intorno a queste, così da renderle fruibili nel migliore modo possibile.

 

Naturalmente, alla selezione delle opere si collega il tema scelto per presentarle al pubblico. In questo caso, il leitmotiv della mostra consiste nel seguire lo sviluppo dell’attività di due artisti coetanei che, partendo da premesse simili e dal discepolato presso lo stesso maestro, Andrea del Sarto, giungeranno ad esiti completamente diversi nel corso delle rispettive carriere. Tutto ciò non solo al fine di focalizzare l’attenzione sulle due personalità in questione, ma anche in ordine di incrinare un’idea troppo generica di “manierismo”, ovvero una delle numerose etichette che identificano i periodi della storia dell’arte significando tutto e niente, e anche una tra le più infelici, in quanto solitamente associata a un periodo successivo e di decadenza rispetto allo splendore del primo Rinascimento.

 

 

Questo tema portante, ben espresso dal titolo, viene coerentemente sviluppato attraverso le 11 sale espositive, in un percorso chiaro e piacevole da seguire, grazie ad un andamento prevalentemente cronologico, ma in grado di portare avanti un discorso parallelo sui due artisti, alternando sale “comuni” ad altre che li trattano separatamente. Già questa è una grande conquista, dal momento che la maggior parte delle mostre a cui ho assistito manca di una forte e chiara questione centrale su cui fare perno per mantenere una coerenza dell’insieme e si ostina a proporre una serie di sottotemi che disperdono il percorso principale in un rivolo di argomenti secondari che risultano difficili da seguire già dopo un paio di sale.

Il tema viene ribadito perentoriamente nella prima sala, di forte impatto visivo, in cui ci vengono incontro i tre grandi affreschi staccati provenienti dal Chiostrino dei Voti della Santissima Annunziata, realizzati rispettivamente da Pontormo, Rosso Fiorentino e Andrea del Sarto: confronto che viene riproposto nelle sale successive, per mostrare il progressivo distacco dei due allievi dallo stile del comune maestro. Siamo quì alle origini del linguaggio visivo dei due artisti, ancora molto giovani ma che già presentano peculiarità individuali che lasciano presagire i futuri sviluppi della loro arte.

 

La seconda sala prosegue con le opere realizzate proprio nella bottega del Sarto: particolarmente illuminante la “Madonna della Cintola”, a cui hanno contribuito molto probabilmente tutti e tre gli artisti, e dove è infatti possibile distinguere le varie mani grazie alla possibilità di raffrontarle direttamente alle opere individuali che circondano la pala.

 

A partire dalla terza sala, le strade cominciano a divergere inesorabilmente: il confronto è allora tra tre opere capitali della prima produzione matura dei tre artisti. La “Madonna delle Arpie” del Sarto, grande pala proveniente dagli Uffizi, ammirata e celebrata dai contemporanei, è affiancata dalla “Pala dello Spedalingo” del Rosso e dalla “Pala Pucci “del Pontormo, che presentano altrettanti motivi di interesse. Emergono chiari i rimandi reciproci e le diversità tra gli artisti, che hanno un corrispettivo nella personalità di ciascuno e si riflettono nel rapporto con i committenti: laddove la pala del Sarto era osannata dai contemporanei (e dal Vasari in primis), la pala dello Spedalingo del Rosso viene rifiutata dai committenti, cosa che ne determina l’incompiutezza e le conferisce quel carattere singolarmente sinistro che aleggia anche nelle sue opere compiute. Non manca, in questa sala, il celebre “Angiolino Musicante” del Rosso, a cui tuttavia viene dato il giusto rilievo segnalando appropriatamente che si tratta di un frammento generato dallo smembramento di un’altra pala d’altare simile a quelle esposte, e quindi fornendo gli strumenti per la giusta contestualizzazione all’interno dell’attività dell’artista.

 

A questo punto, le strade dei due maestri hanno definitivamente preso direzioni opposte, e la mostra prosegue concentrandosi su di un artista alla volta, e dedicando a ciascuno dei due una sala sui ritratti e una sui disegni. Bellissima la selezione dei ritratti del Pontormo, mentre quelli del Rosso pongono più domande che certezze: sono presenti l’unico suo ritratto firmato ed altri cinque a lui attribuiti. Di questi soltanto due sembrano, a prima vista, decisamente ascrivibili all’autore, mentre gli altri tre si distinguono nettamentein quanto a stile esecutivo. Tuttavia anche il fatto di esporre ritratti soltanto attribuiti all’autore in questione e non accertati come sue opere èutile, in quanto il pubblico può ragionare autonomamente sull’attribuzione tramite il confronto con quelli certi. Considerazioni queste sicuramente più alla portata degll’esperto che del visitatore medio, ma che non interferiscono certo con il piacere che quest’ultimo può trarre dall’ammirare le opere.

 

Dagli ambienti dedicati ai ritratti si accede direttamente alledue più piccole sale dedicate ai disegni, scelti in modo da evocare opere non presenti in mostra, o per l’impossibilità di spostarle dalla loro sede, o in quanto perdute, e grazie ai quali è possibile seguire il modo di lavorare dei maestri.

 

Proseguendo nella sala successiva, il Pontormo viene posto in relazione con le influenze dei maestri d’Oltralpe, e soprattutto delle stampe di Durer, mentre il Rosso attenua alcune asperità del suo stile tramite il richiamo alla tradizione fiorentina. Il Pontormo lavora presso la Certosa del Galluzzo, per cui realizza la “Cena in Emmaus”, ispirata nella composizione ad un’incisione contenuta nella “Piccola Passione” di Durer. Il Rosso lavora per le famiglie aristocratiche di Firenze, realizzando opere come lo “Sposalizio della Vergine”, in cui trionfano le sue doti di colorista. Si trasferisce poi a Roma, dove non ottiene le grandi commissioni pubbliche che sperava, ma realizza alcuni ritratti e l’unico dipinto di soggetto profano noto prima del suo trasferimento in Francia, “La Morte di Cleopatra”, di raffinata eleganza.

 

Per approfondire il tema delle incisioni, in una sezione della sala sono esposte alcune stampe di traduzione tratte dalle opere dei due maestri. Questo tipo di stampe aveva un’ampia cirolazione e consentiva di diffondere la conoscenza degli artisti in territori lontani. Nella penultima sala sono esposte opere realizzate nel turbolento periodo tra il Sacco di Roma e l’assedio di Firenze, in cui i due artisti trovano lavoro in centri minori. Ciò non significa che la qualità della loro produzione ne risenta, come dimostrano i capolavori di questi anni: la “Deposizione “di Sansepolcro del Rosso e “La Visitazione” del Pontormo.

 

L’ultima sala è dedicata al lavoro tardo dei due artisti presso le corti: dei Medici, per quanto riguarda il Pontormo, e di Francesco I di Francia, per quanto riguarda il Rosso, entrambi ormai definitivamente consacrati come pittori ufficiali di corte. Qui viene reso anche omaggio alla “Vite” del Vasari, preziosa fonte di notizie riguardo ai due autori, testo che accompagna il visitatore nel corso della mostra, in una sorta di discorso parallelo, tramite le citazioni incluse nelle didascalie.

 

Giunti a questo punto, la mostra non è ancora completamente terminata. Proseguendo verso l’uscita, si giunge a un’ultima sala in cui viene proposta un’opera di un artista contemporaneo, “The Greeting” di Bill Viola. Per di più, non si tratta di un’opera tradizionale bensì di un video – tecnica peculiare di Viola – ispirato alla “Visitazione” del Pontormo appena vista in una delle ultime sale. Scopriamo quindi che il filo rosso della tradizione non si è interrotto, che gli artisti di oggi non vogliono necessariamente la rottura con i loro predecessori, ma ammirano gli autori dei secoli passati e sono ancora in grado di rifarsi a loro. In questo caso, Viola si è ispirato precipuamente all’aspetto formale del dipinto di Pontormo, che tanto ci colpisce per la sua singolare iconografia, composizione e per l’armonia che si respira dalla contrapposizione dei colori contrastanti.

 

A proposito di quest’ultima appendice della mostra, mi sento di fare l’unico appunto sull’allestimento, dal momento che la presenza del video non è chiaramente segnalata e si rischia di uscire senza nemmeno accorgersi della sua presenza.

 

Questo quindi il percorso espositivo, al termine del quale il visitatore non dovrebbe essere troppo stanco e annoiato, dato che il numero di opere è adeguato, non eccessivo e nemmeno così esiguo da lasciare insoddisfatti. Inoltre il percorso aiuta a mantenere viva l’attenzione, alternando un autore all’altro, dipinti a disegni, ritratti a grandi pale d’altare. Ed è semplice da seguire perchè mantiene costantemente un riferimento allo svolgimento cronologico.

 Anche l’allestimento mi sembra decisamente appropriato. La scelta del fondo rosso scuro evoca le antiche quadrerie e immerge le opere in un’atmosfera “d’epoca”, che tuttavia non appesantisce troppo, visto che si tratta di un fondale omogeneo, senza fronzoli. All’interno di questo fondale, le opere sono disposte alla perfetta distanza l’una dall’altra, cosicchè a ciascuna sia garantita l’adeguata attenzione e non interferiscano tra loro. Avvicinandosi si può concentrare l’attenzione su un’opera alla volta, mentre se si vogliono effettuare dei confronti basta indietreggiare di qualche passo. Non ci sono spazi morti o troppo concentrati, il ritmo con cui le opere si susseguono è costante e consente le giuste pause.

 

Una soluzione particolarmente felice di un problema che da sempre affligge mostre e spazi espositivi è il basamento che corre lungo il perimetro delle sale: il colore grigio evoca la pietra serena tipica dell’architettura fiorentina e lo salda alla zoccolatura esistente nelle pareti di Palazzo Strozzi stesso. Grazie ad una certa ampiezza in profondità, mantiene la distanza dalle opere in maniera discreta e allo stesso tempo fornisce una base d’appoggio alle didascalie, che in questo modo risultano facilmente leggibili, senza interferenze con la visione da lontano.

 

Proprio sulle didascalie e in generale sull’apparato testuale della mostra si è acceso maggiormente il dibattito, rilevando come i pannelli esplicativi presentino delle difficoltà terminologiche legate all’uso di un lessico troppo tecnicistico. Ciò mi colpisce molto, perchè quello che ho pensato con piacere durante la prima visita alla mostra è che pannelli e didascalie fossero brevi ma comunque interessanti e sufficienti a dare le informazioni necessarie per capire il percorso espositivo e contestualizzare le opere. Troppo spesso si vedono mostre in cui queste ultime sono affogate in un mare di pannelli e di scritte inutili, che propongono un numero eccessivo di informazioni nozionistiche che non favoriscono la comprensione, anzi fanno il contrario, smorzando l’emozione che il contatto diretto con l’opera procura. Anche Palazzo Strozzi in passato è caduto in questa trappola almeno una volta, in occasione della mostra “Anni Trenta. Arti in Italia oltre il Fascismo” (qui l’effetto era quello di camminare all’interno di un manuale d’arte a grandezza d’uomo). Proprio per questo sono stata molto contenta di vedere che l’approccio è stato cambiato e che si è preferito dare risalto alle opere, le quali del resto dovrebbero essere in grado di attirare da sole l’attenzione. Andando poi a leggere pannelli e didascalie, risulta che si è scelto proprio di evitare un approccio nozionistico e troppo didascalico, fornendo, oltre alle informazioni strettamente necessarie, soltanto pochi aneddoti o spunti utili a incentivare una riflessione autonoma sull’opera. D’altra parte, al di là dei contenuti, devo ammettere che il lessico e il tono utilizzati sono di livello abbastanza elevato. Non credo che termini come “arcaizzante” e “divergenti” siano definibili lessico specifico dello storico dell’arte, piuttosto dovrebbero appartenere al vocabolario condiviso da tutti! Il problema non sta quindi nelle didascalie, ma nella scarsa cultura media del pubblico, ed è un problema che va ben al di là del settore delle mostre d’arte. Uno studio recente dell’OCSE rileva che 3 italiani su 10 possono essere considerati, con un termine se vogliamo infelice, “analfabeti funzionali”, ovvero persone che sono capaci di leggere e scrivere, ma non riescono a capire testi complessi perchè dispongono solo di una capacità di analisi elementare per interpretare il mondo: molto probabilmente, quindi, questi 3 italiani su 10 non saranno in grado di comprendere le didascalie della mostra (più probabilmente ancora non andranno nemmeno a vederla), ma la soluzione non è certo quella di abbassare il livello dei testi! Il problema sta a monte, nel livello di cultura generale della popolazione, e a monte deve essere risolto. Non può essere certo una mostra di alto livello culturale a farsi carico della scarsa alfabetizzazione della popolazione e a trovare modi per risolverla. Del resto Palazzo Strozzi si distingue come istituzione per l’attenzione verso l’aspetto della didattica e della divulgazione, organizzando svariate iniziative, non solo visite guidate ma anche attività per le famiglie e per i diversi tipi di pubblico. Anche in questo caso, sono presenti in ogni sala dei leggii con domande poste in maniera semplice che stimolano una riflessione attiva da parte dello spettatore. Credo quindi che la mostra abbia assolto a tutti i suoi compiti, compreso quello di venire incontro al pubblico. Mi sentirei di incoraggiare Palazzo Strozzi a proseguire per la via intrapresa.

 

In fondo, è giusto dare importanza all’allestimento, alle didascalie e a tutto ciò che può favorire un incontro fruttuoso tra pubblico e opere, ma puntare troppo sul “contorno” significa avere poca fiducia nelle opere stesse.

 

 

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