Mosul Museum: il terrorismo nell’era dei social

da: http://www.ibtimes.co.uk/iraq-isis-take-sledgehammers-priceless-assyrian-artefacts-mosul-museum-video-1489616

da: http://www.ibtimes.co.uk/iraq-isis-take-sledgehammers-priceless-assyrian-artefacts-mosul-museum-video-1489616

Probabilmente c’era da aspettarselo, un simile salto di qualità.

Negli ultimi giorni la rete ha rimbalzato la notizia della distruzione di statue e manufatti di epoca babilonese conservati nel museo di Ninive, alla periferia di Mosul.

Nei vari social network e in testate giornalistiche più o meno attendibili, utenti e giornalisti si sono affrettati a dare la notizia proclamando la propria indignazione, il conseguente odio nei confronti degli animali che hanno messo in atto un simile scempio, ed esprimendo un generale senso di stupore riguardo le motivazioni dietro a un gesto così violento. Diverse volte ho letto commenti come “Non capisco come sia possibile una simile violenza”, e in generale ho percepito, da parte della massa di chi ha ricevuto la notizia, un senso di smarrimento dovuto al fatto che la distruzione del museo di Ninive è apparsa come un gesto gratuito, completamente senza senso e assolutamente imprevedibile. L’Isis è un manipolo di barbari che saprebbero a malapena tenere una forchetta in mano, ci dobbiamo preoccupare del fatto che vengano a mettere a ferro e fuoco Roma, come da loro stessi proclamato; come si può dare una giustificazione ad un gesto simile allora? Perché accanirsi sulle statue di un museo quando la strategia del terrore da loro messa in atto è già perfettamente efficace nel momento in cui vengono diffuse le ormai famose immagini delle loro esecuzioni?

E’ stata avanzata l’ipotesi che il video sia, in realtà, un falso, una messa in scena finemente orchestrata da parte dell’Isis, così come è stato affermato che il museo ospitasse per la maggior parte dei calchi in gesso di nessun valore e che il risultato del rimbalzamento mediatico fosse semplicemente l’ennesima prova della distorsione della verità da parte dei media. Premettendo che, vista la lucida mentalità mediatica di cui ha dimostrato di essere in possesso il movimento, dubito che i miliziani facciano fatica a distinguere tra una statua originale e un calco in gesso, ciò che va veramente tenuto in considerazione non è il gesto in sé, ma la volontà che l’ha prodotto.

Quello che mi ha spaventato di più, infatti, non è il fatto che l’Isis abbia dimostrato di potersi macchiare di crimini contro l’umanità consapevole di una relativa impunibilità, quanto il fatto che la loro strategia sfugga a molte persone. Soprattutto considerato che la loro strategia si sta rivelando sempre più coerente e, a suo modo, raffinata.

Mosul è la seconda città in ordine di grandezza all’interno dell’Iraq. Dopo essere caduta in mano all’Isis, è diventata di fatto la capitale del Califfato, con la conseguente instaurazione di un regime di terrore che impedisce a chiunque sia di ribellarsi all’imposizione del fanatismo religioso, sia di lasciare la città. In sostanza l’Isis si è impadronita di una città con la forza, imponendo un controllo estremamente autoritario di tipo militare. Ma i miliziani dell’Isis non sono così stupidi come alcuni di noi possono pensare, e sanno benissimo che il controllo esercitato con la sola forza non è vero controllo, ma soggiogamento. Loro, al contrario, hanno bisogno di un’adesione spontanea alla loro causa, in modo da ingrossare le fila del loro movimento e poter arrivare allo scontro aperto con le nazioni occidentali. E quale migliore collante per promuovere l’adesione spontanea della religione? Dovremmo saperlo bene: dopotutto siamo stati noi ad inventare le crociate.

Ma non finisce qui. L’adesione spontanea in nome di una visione completamente distorta di una religione che non è per sua stessa natura più violenta di altre, può manifestarsi negli strati culturalmente più bassi ed economicamente più subalterni della popolazione, per i quali qualunque ideologia può diventare un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi nella speranza di migliorare la scarsissima qualità della vita. Ma come comportarsi con i rappresentanti di quella fascia di popolazione più agiata e culturalmente più preparata?

Li si priva della loro memoria storica.

Anche in questo caso l’Isis non fa nulla di nuovo. Dovremmo saperlo bene: dopotutto siamo stati noi ad inventare la damnatio memoriae. E il motivo per cui questo procedimento è stato inventato, all’epoca dei Romani, è il medesimo che spiega oggi la strategia dell’Isis: cancellare fisicamente la memoria storica. Così facendo l’Isis dimostra di saper pensare in grande e con lungimiranza. Distruggendo la memoria dei fasti del passato, e sostituendo a quelle testimonianze le testimonianze dell’unica verità che si impone come ufficiale, si abitua il perfetto jihadista ad abbandonare la volontà di un’autonoma ricerca della verità per il semplice motivo che lo si convince che non ci sia nessun’altra verità al di fuori di quella da lui conosciuta. A questa convinzione non si arriverà in tempi immediati, ma bisognerà passare attraverso anni di terrore e vessazioni, che provocheranno smarrimento e disorientamento nella popolazione soggiogata. A quel punto, stanca, impaurita e smarrita, la popolazione cercherà conforto nell’unica ideologia a sua disposizione, capace di dare una giustificazione al malessere provato o ricordato e riconducendolo ad un disegno superiore. Un disegno che mostra con chiarezza come la colpa di tale malessere sia ad imputare ai paesi occidentali, magari.

Perché è così che funziona la natura umana: di fronte alla paura dell’ignoto, si rifugia nelle braccia di ciò che conosce. Basta sostituire a questo punto una tradizione con un’altra, e il gioco è fatto.

Davide

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