L’isola che c’è. Sziget Festival.

Ferma con una sigaretta, pensando a quale mappa colorare e spedire ai miei amici, in nome del viaggio, di un disco da mettere su e in nome della strada, del viaggio on the road. Sogno in grande e lo regalo a chi mi conosce, cercando di aggirarli con l’arte mancata delle parole scritte. Ma il vero viaggio questa volta arriva da un volantino che si ferma nella mia mano, mentre la sigaretta finiva, l’università chiudeva e Bologna si spegneva. Un viaggio per la musica? Una meta interessante chiamata Sziget Festival.

Il 10 Agosto è un giorno illuminato, la notte poi potrebbe competere con la magia del Natale e delle feste patronali, le spiagge si affollano di sogni che le stelle sembrano non bastare. A noi quel 10 Agosto è bastato ritrovarci alle porte della città, caricare a fatica i nostri zaini e le nostre tende, aver tracciato la strada da fare e partire. Il viaggio di notte è un dondolio di teste e di frasi sussurrate anche se tutti sono svegli, quasi come se urlando avremmo potuto svegliare i paesi che superiamo. L’Italia si allunga sotto le ruote della macchina e infinita la percorriamo, qualche caffè e poi luce del mattino d’estate al bivio per Padova. Quando la vedi dal sud, l’Italia è così immensa e l’Europa così lontana. Forse è per quello che sono cresciuta con la smania di volerla girare.

Sosta a Venezia e rotta invertita verso Est. Mangiamo km come scorte di cibo da finire prima di arrivare, superiamo il confine e abbassiamo il volume della musica, ci chiudiamo in un silenzio che si concilia con il cielo della Slovenia e ai suoi paesaggi. Presi in giro dalle strade nascenti dell’Est ci ritroviamo tra allevamenti di mucche e cavalli e strade troppo piccole su cui correre. Un altro confine da superare, in viaggio da 12 ore scivoliamo sull’asfalto, leggeri, pronti a sperimentare come un’isola messa lì sul Danubio di Budapest, possa comunque farti viaggiare.

Con l’arrivo cala la notte e con uno scambio di sguardi misuriamo l’isola che nasconderà sempre il fiume che la circonda. Immaginarsi un mondo su un’isola è il sogno magico che ci hanno raccontato da bambini, quando si riusciva a restar a bocca aperta per l’intero racconto, noi qui da illusi adulti riusciamo a chiuderla e incominciamo a viverla.

Testa buttata fuori dalla tenda, gioco con le mani a nascondere il sole, che poi sparisce dietro le nuvole bianche, le ragazze vicine di tenda prendono una pausa dai concerti, noi ci muoviamo tra campi immensi presi da una certa serenità d’animo.

Sono inglese e sono italiana, sono spagnola, francese, norvegese, ungherese e russa ma sempre italiana, sfioro, tocco la pelle di mille e più persone, il fango, la birra versata, il sudore potrebbero non piacerti ma sotto questi palchi svaniscono, come il pudore e la lucidità. E scopri che ti basterà un sorriso per comprendere le lingue, per saltare sino alla notte e la notte successiva farlo ancora. Non è una lode allo sballo come benpensanti e adulti senza briciole di giovinezza potrebbero pensare, è una scoperta relegata nella nostra parte più profonda, potresti captarla per la prima volta e chiamarla libertà, ma sicuramente se mai la proverai ti accorgerai che è molto di più. È uno stato d’animo rilassato e dimenticato, è un abbandonarsi su un prato, è un’isola delle meraviglie.

Ti addentri in diversi mondi e tutti fantastici, tutti allucinati da giochi di luci e bassi tirati a mille.

Mentre gioco con il sole, abbandono tutto quello che mi appartiene e sparisco. Ne hai di strada da fare in questa isola, di cibi da assaggiare e di gente da ascoltare, ma la vera magia che ti riuscirà sempre a far viaggiare è la musica, continua, imperterrita, inarrestabile. Puoi sceglierla o trovartela non importa, superi i suoi generi, le sue tribù, le gabbie che da incoscienti abbiamo creato anche alle note e alle parole. Entri in una tenda, ti accomodi su ciò che di più comodo hai e dimentichi se fuori è giorno o notte, ascolti, osservi, balli o ti fai ballare. Esci per ore dai binari della musica che ti impongono e per questa settimana la riesci ad avere tutta lì, per te ed è come tu la vuoi vivere. Sotto al palco, tra le braccia allungate verso un tocco o su quella collina là in cima con del vino diviso tra gente di cui ricorderai l’espressione ma non saprai mai il suo nome.

Sapete quando parlo di quella sensazione di libertà, parlo dell’orario che non conta più, del sole che è già lì alle sei di mattina e accende la tua tenda, ti impone a svegliarti, a metterti su due piedi, a vagare e a decidere con che nazione farai colazione oggi, del sole che scende al tramonto con il fresco dell’Est e del ritrovarsi in un posto tra i cespugli fatto di musica lenta con suoni striduli ma piacevoli, con teli colorati come tetto e cuscini come pavimento, di gente da scansare e di scarpe da lasciare all’ingresso come l’ingresso del paradiso, come il paradiso che ti puoi creare nella tua mente e che se guardi bene sarà dei colori dell’arcobaleno e mai bianco. E quelle sei di mattina che arrivano troppo vicine alla notte; sembra improbabile come un ritmo così continuo non sia frenetico come quello delle nostre vite.

Qua si sta vivendo a un ritmo di musica, che ti spinge a destra e poi a sinistra, c’è tempo per un boccone prima dell’ennesimo concerto, ci possiamo perdere tanto poi ci ritroviamo. Le luci artificiali o naturali ti accecano e le mani fanno quello che possono per coprire gli occhi, le casse sono troppo vicine che senti il prato saltare sotto di te, e ricordati di dormire e di mangiare, e ricordati che la musica è sempre qui, quando vuoi puoi prenderla fare piroette o ridere di quelle altrui, credere che altri mondi si possano raggiungere con i sogni o con i viaggi, lascia i tuoi limiti a quel 10 Agosto di partenza, entra in un viaggio reale e anche in uno mentale. Ti sveglierai un giorno e ti piacerà aver affrontato questo viaggio, essere sparito per un po’ dalla realtà, ritrovarsi ancora intatto in un viaggio che ti avevano dipinto pericoloso ma certamente non surreale come in realtà è. Il viaggio in musica e nient’altro.

Dolce ritorno stancante, questa volta reale, ancora fatto di asfalto e linee bianche in cui star dentro con occhi che da troppo tempo non si chiudono a dovere, con la stanchezza da barattare con il sonno e avidi di ciò aspettiamo il confine italiano. L’Italia scivola di notte nel nord delle nebbie e ci incantiamo dell’ospitalità di una famiglia veneta, ci leviamo di dosso il fango e lo stupore dei bambini dell’isola, ritorniamo alle scarpe pulite e ai bicchieri di vetro. Riscendiamo l’Italia e ci diciamo che solo il viaggio può aprirci la testa, spaccarcela in due e farci gioire di cose che non avresti mai potuto immaginare.

Ma di quale viaggio statico racconto questa volta? Di quale lentezza o spostamento? Di quale bellezza?

È un’idea di viaggio questo racconto, un invito allo spostamento dell’anima, alla scelta del partire per un’esperienza, per un luogo, per un evento, dove noi diventiamo animatori della nostra vita e dove il superare confini diventerà più appagante, quasi rigenerante.

 

-Fine terzo racconto-

F.K.

 

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