L’Estasi di Santa Caterina da Siena di Melchiorre Cafà

L’Estasi di Santa Caterina da Siena (tav. 1), presso la Chiesa romana di Santa Caterina in Magnanapoli, si può sicuramente considerare il capolavoro per antonomasia dello scultore maltese Melchiorre Cafà, nonché uno dei più alti vertici dell’intera scultura del Seicento romano. Sull’allogagione dell’opera non si sono, ad oggi, ancora rintracciati dei documenti specifici; purtuttavia la tradizionale, e pressoché, insindacabile attribuzione allo scultore deriva dalle notizie freschissime che si evincono dal testo del Titi1 e dalla breve biografia che Baldinucci2 gli dedica a conclusione della Vita di Ercole Ferrata.

 

Entrambi gli scrittori, infatti, pronunciandosi a pochi anni dalla morte dell’artista, ci danno delle puntuali informazioni: il primo, oltre ad attribuire l’intero progetto dell’altare al Cafà, quindi la sostanziale idea alla base di tutta la tribuna, menziona una committenza dell’opera avvenuta “con la sopraintendenza di Monsignor Ignatio Cianti”; il Baldinucci, a sua volta, ci dà delle notizie sul suo modo di lavorare, in particolare del fatto “..che egli modellasse al pari dell’Algardi, ed in alcune cose forse meglio” e che “Fu nell’inventare e disegnare bravissimo, ma nel lavorare il marmo ebbe talvolta bisogno dell’assistenza del maestro perché pel grande spirito col quale operava avrebbe voluto il tutto finire in un sol colpo..”

 

Dunque, all’estrema abilità dell’artista nella lavorazione di materiali da modello (cera, terracotta, argilla, stucco ecc..) non sarebbe corrisposta una altrettanto elevata capacità d’esecuzione. Malgrado ciò il rapporto con il maestro Ercole Ferrata dovette essere tutt’altro che in una condizione di subalternità, poiché Cafà, grazie alla sua audace abilità disegnativa, forniva modelli compositivi per il maestro, non considerato in questo altrettanto abile. Nell’Estasi di Santa Caterina l’artista è riuscito a coniugare quell’appassionato furor ideativo, ascrittogli dalle fonti, ad un’esecuzione che eleva quest’opera al pari dei più alti esiti della coeva produzione scultorea berniniana.

 

Cafà parla un linguaggio nuovo, pieno di echi e rimandi pittorici, sia nel modo di concepire la ratio interna alla composizione, sia nel pittoricismo della materia. La santa senese viene raffigurata in estasi, con le mani  reclinate verso il cuore; ogni lembo del panneggio si increspa a partecipare della ventata di aria e luce. A sorreggerla una nuvola attorniata da cherubini, mentre sullo sfondo a complicare la composizione – che si assottiglia in stiacciato verso l’interno ed emerge in masse verso l’osservatore- una sinfonia di materiali policromi: lapislazzuli, alabastri e marmi di varia tipologia. Il corpo della santa, realizzato in marmo di Carrara, presenta delle proporzioni allungate e si flette seguendo una sagoma curvilinea. Quella che il Cafà mette in atto sembra essere una perfetta sintesi tra scultura a tutto tondo, bassorilievo e pittura.

 

L’opera guarda al Bernini delle Logge delle Reliquie e a quella meravigliosa compenetrazione tra le arti che lo stesso aveva sapientemente ottenuto nella Santa Teresa della Cappella Cornaro. Come già illustrato da Rudolf Wittkover3 e Antonia Nava Cellini4, la parabola del Cafà si svolse tutta entro i sette anni che vanno dal suo arrivo a Roma alla sua morte (1660-1667), motivo per cui l’opera dovette essere concepita negli anni in cui l’artista otteneva altre importanti commissioni: il Sant’Eustachio tra i leoni per la chiesa di Sant’Agnese in Agone (1660), la Carità di San Tommaso di Villanova in Sant’Agostino(1661-1663), entrambe commissionate da Camillo Pamphilj e l’Estasi di Santa Rosa da Lima, opera inviata a Lima dopo la sua morte; tutte opere, queste, non portate a termine dal Cafà. Si dovrà pertanto assumere come arco cronologico di riferimento il lasso di tempo che intercorre tra l’anno 1660 e il 1665.

 

 

 

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