Le istorie di un genio: il Martirio di San Matteo

Dopo le precedenti due tele giungiamo con il Martirio di San Matteo alla chiusura di questi tre articoli dedicati a questo pittore immenso.

Martirio di San Matteo

Caravaggio in questa scena dispiega la sua grandissima invenzione compositiva presentando un martirio assolutamente innovativo, ci trascina dinanzi all’acume della barbarie di una brutale esecuzione. La scena è abitata da una serie di astanti che assistono spaventati e sobbalzanti; uno sgherro, o meglio un carnefice, con la sua possanza domina il teatro dell’uccisione, a sinistra lo scatto repentino di un fanciullo spaventato.
Il santo è disteso sul gradino di una chiesa, ormai inerme, attende il colpo di grazia del carnefice, mentre dall’alto giunge il suo unico bagliore di speranza, la palma del martirio offertagli per intercessione divina di un angelo cascato  all’interno di un buio vicolo romano. La folla  in primo piano è fortemente conturbata dall’avvenimento funesto, le reazioni spasmodiche di chi si trova dinanzi ad un’esecuzione ricordano le reazioni degli apostoli di Leonardo all’annuncio del tradimento; in fondo una folla più indifferente si affaccia lievemente incuriosita, tra cui si riconosce l’autoritratto del Caravaggio.
Siamo dinanzi all’abolizione della tradizione narrativa precedente, e alla creazione di un linguaggio che si fa tale grazie alla poetica di quel contrasto luministico che scolpisce i corpi facendoli emergere dalle tenebre;  si veda ad esempio il corpo del carnefice imbevuto di luce. In quanto a canoni di bellezza anatomica è chiaro come il Caravaggio non segua quelli classici, accostandosi ad una sorta di motteggio “tale è quale pare”; si veda l’aspetto, il torso e gli arti del carnefice, più un bracciante agricolo che un bronzo di Riace. Ovvio che l’ambientazione ideale  per un pittore come Caravaggio non poteva essere il sentiero incantato lungo un paesaggio idilliaco, ma la notte più buia di un vicolo abitato da torme di mascalzoni, gli stessi che era solito frequentare.
Inutile dire che Caravaggio non disegnava per realizzare le sue opere, e che procedeva inserendo alcune incisioni con la coda del pennello per avere dei punti di riferimento all’interno della composizione; quest’ultima realizzata dopo attentissimo procedimento di realizzazione dal vero   con utilizzo di  modelli autentici.
Che dire di questo eterno maestro se non che sia stato un genio? Un pittore che ha guardato alla realtà, ai poveri, agli straccioni e ai moribondi, un uomo scomodo ma necessario per la chiesa di quel periodo, che da un lato voleva mantenere i vetusti principi di decoro, richiedendo opere edulcorate di particolari ritenuti volgari, dall’altro arrivava anche ad accettare quadri come la Madonna dei Pellegrini, opera in cui l’indugio del pittore su particolari come  piedi insudiciati, destavano scandalo ma anche un maggiore coinvolgimento emotivo del volgo che si immedesimava nella scena. Ad oggi non possiamo che ammirare l’immensa umanità di uomo che piuttosto di alzare il capo al cielo per cercare di ritrarre gli angeli, li cercò tra la semplice e sofferente gente di borgata; un antiaccademico per antonomasia “ultimo uomo del rinascimento e primo tra i moderni” per dirla con le parole di R.Longhi uno dei suoi più grandi esegeti .

Martin


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