L’Abbazia della Trinità di Venosa: pratiche di riutilizzo nella Lucania medievale

La zona in cui sorge l’abbaziale ha avuto un’importanza non marginale in età romana (Venusia) ed è stata frequentata per tutto il medioevo. Testimonianze del periodo paleocristiano si rintracciano nei resti del battistero ed in prossimità della stessa abbazia.

Come si può notare dalle seguenti foto, il sito in questione si caratterizza per la presenza di due edifici ecclesiastici: un primo completato nella costruzione; un secondo -di qualche decennio successivo-, rimasto incompiuto, si presenta, oggi, nel suo aspetto fascinoso di rudere.

La costruizione della prima basilica a tre navate, consacrata da Niccolò II nel 1059, è da mettere in relazione all’impulso benedettino nel sud Italia all’indomani dell’arrivo dei normanni. L’idea di costruire una nuova grande abbazia da intitolare alla Trinità deve legarsi, invece, sia all’esigenza di costruire un edificio di culto più consono ad una comunità in crescita, sia al bisogno dei benedettini, in concomitanza alla politica di Niccolò II, di penetrare quei territori più influenzati dalla presenza greco-ortodossa; ruolo importante nel finanziamento di questa nuova basilica dovettero averlo anche i normanni.

La Chiesa Vecchia

La Chiesa Vecchia è un’ampia aula basilicale a tre navate che ricorda gli esempi paleocristiani, in linea con quel revival, promosso in diversi centri della penisola, che mirava ad evocare le più antiche basiliche della chiesa dei primi secoli. All’interno di questa chiesa troviamo un interessante caso di riutilizzo di materiale di spoglio antico, ossia le colonne marmoree, con raffinati capitelli compositi, collocate in prossimità dell’arcone trasverso che delimita lo spazio del coro. Non si hanno notizie su queste colonne e si potrebbe trattare di un inserimento avvenuto in epoca normanna. Certo è, come si può notare, che non hanno alcuna funzione statica e si limitano a nobilitare il prospetto dell’arcata con un elegante simmetria (fig. 1). Molto probabilmente si tratta di materiale reperito in loco, poiché, come avviene per la chiesa successiva –l’Incompiuta-, sculture, bassorilievi, conci e materiale eterogeneo poteva, con tutta certezza, essere reperito sul posto. Altro caso degno di nota, all’interno della chiesa vecchia, è il fenomeno che si verifica per le tombe normanne. Per il monumento funebre di Aberada (prima moglie del Guiscardo) si utilizza un vocabolario classicheggiante che si manifesta non solo nell’utilizzo di marmi greci, ma anche nell’imitazione di uno stile aulico che lega il cenotafio al Mausoleo di Boemondo nella vicina Canosa. La tomba di Aberada si distingue proprio per la ricerca di un linguaggio all’antica che trova la sua ragion d’essere nei capitelli che imitano il corinzio, nella scelta di imposte e cornici antichizzanti, oltre che nell’adozione di una forma che ricorda le edicole sacre antiche (fig. 3-4).

 

 

 

 

 

L’Incompiuta

Diversa è la situazione riscontrabile presso il cantiere della Chiesa Nuova. Intorno al 1085, fu chiamato al cenobio venosino l’abate Berengario, giunto dal monastero normannno di Saint-Évroul-sur-Ouche. In seguito alla sua venuta il centro accrebbe la sua importanza; fu in tale ottica che si dovette decidere di costruire un nuovo inponente edificio. Nell’aspetto in cui la chiesa ci è pervenuta rimane leggibile la pianta: un grande impianto basilicale, grande transetto e deambulatorio a raggiera con cappelle radiali. Gli esempi delle chiese di pellegrinaggio francesi dovettero fornire degli importanti spunti (nelle cattedrali di Conques, Tours, e nelle abbaziali di Vézelay, Bernay, etc.) in un periodo in cui edifici dalle analoghe caratteristiche si stavano adottando ad Aversa e Acerenza (Aversa consacrata nel 1090). La nuova chiesa, stando ad alcune modifiche in fieri che si registrano lungo i setti murari, dovette avere due fasi costruttive, una corrispondente all’arrivo del citato abate Berengario -interrotta molto probabilmente a causa della distruzione della città (1135) ribellatasi all’ascesa di Ruggero II d’Altavilla-, l’altra fase di costruzione si tende a datarla intorno al 1168-1185, periodo in cui era in carica l’abate Egidio. Da fine XII sec., la comunità perde in floridità economica e fino al XIII sec. il cantiere viene gradualmente abbandonato allorquando Bonifacio VIII, nel 1297, sopprime il monastero affidandolo ai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme .

Singolari risultano essere i casi di riutilizzo. Innanzitutto, le stesse murature sono ottenute mediante una tecnica a sacco che si avvale di rivestimenti lapidei, tutti, o quasi, estrapolati dalle vicine rovine romane. La regolarità dei conci chiama in causa un modus operandi che doveva procedere apponendo, tagliando e risistemando il materiale lapideo che poteva essere reperito presso il foro, l’anfiteatro o il battistero paleocristiano, tutte vestigia vicinissime al cantiere. Trattasi dunque di un tipo di reimpiego meramente utilitaristico e non legato a particolari istanze concettuali (fig. 7) .

Altro tipo di reimpiego è quello verificabile in quasi tutte le zone della chiesa in cui si applicano numerose iscrizioni, epigrafi o piccoli motivi decorativi presso le murature. Molte volte, la presenza di iscrizioni ebraiche o romane sembra fornire il pretesto ideologico per capovolgere l’iscrizione, manifestando così simbolicamente la vittoria del cristianesimo sulle altre religioni (fig. 8); caso molto simile a quanto succede per alcune iscrizioni presso e fianchi del Duomo di Pisa .

Una terza tipologia assume un atteggiamento diverso con i rilievi figurati, un comportamento che molto probabilmente doveva mirare a conferire significati altri, rimandi religiosi o politici. Il caso in questione è sicuramente il più eclatante poiché, con l’assemblaggio di due leoni antichi e una stele funeraria con quattro personaggi togati, si costruisce l’apparato scultoreo del portale del transetto sud (fig. 10). Il modo di collocare i leoni romani, che ricorda i portali romanici pugliesi, viene qui variato dalla sistemazione degli animali sulla sommità del portale, al centro si inserisce, invece, la stele funeraria. L’assemblaggio non è perfettamente in asse con la luce dell’arco del portale, probabilmente a causa dell’irregolarità dei conci utilizzati. Dal punto di vista concettuale difficile comprendere se l’intento fosse quello di creare un rimando a figure di santi o ai sovrani normanni, visto che la chiesa è legata anche alla committenza dei primi normanni.

 

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Informazioni su Martin_oig

Il mio nome è Michele Porcelluzzi, sono uno studente e appassionato di storia dell'arte con l'hobby della scrittura (tra i tanti). Mi piace scrivere -ahimè- di cattiva conservzione del patrimonio culturale, storia dell'arte, cultura in generale, letteratura, segnalazione di eventi, segnalazione di artisti ecc.. Il campo in cui mi muovo per passione è soprattutto il Seicento, il secolo di Caravaggio, Bernini e molti altri. Tuttavia adoro e amo davvero tutta l’arte, dai graffiti rupestri alla Merda d’artista contatti: http://martin-oig.blogspot.it/

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