La raccolta dell’ipocrisia

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La notizia di Mohamed, sudanese morto in Puglia durante la raccolta del pomodoro, ci invita tutti ad una profonda riflessione. La mia passerà attraverso un ricordo. Doveva essere il 2010, quando, nei miei spostamenti da studente fuori sede (per l’appunto Puglia-Toscana) mi trovai a percorrere l’adriatica in un treno gremito di gente. Temperature esagerate di fine agosto a togliere il fiato, in uno di quei miserabili convogli notturni -lo chiamavano Espresso!- in cui uno straccio di posto a sedere o il più fiacco degli impianti di aerazione erano condizioni di viaggio tutt’altro che pensabili. Arrivati alla stazione di San Severo, territorio del foggiano in cui si riversano numerosi migranti per la raccolta del pomodoro, notai un accampamento di africani sistemato sotto le pensiline metalliche dell’edificio. Ordinati, speranzosi e fieri riposavano nella calura estenuante. Erano di transito, aspettavano i primi treni dell’alba per spostarsi nel triangolo dell’oro rosso. Ebbene, uno di loro, un omaccione dalla stazza quasi colossale, vestito con un dashiki azzurro, si fermò improvvisamente ad osservare il treno sovraffollato. I suoi respiri affannosi per il caldo entrarono in sintonia con i miei e, probabilmente, con quelli dei molti viaggianti. L’uomo, improvvisamente, dopo aver incrociato lo sguardo con quello dei migranti del treno, alzò per un attimo lo sguardo al cielo e si accasciò per terra a pregare. A pregare per la sua sorte, probabilmente, e a pregare per la sorte di chi stava viaggiando succube, anche se in altro modo. Per un attimo quel ritaglio di Puglia mi sembrò un fazzoletto d’Africa. Uno spaccato amaro in cui si incrociavano due precarietà: una di serie A e una di serie B. Sud che lascia il sud. L’uomo iniziò a levare le mani al cielo e a pronunciare frasi di buon auspicio in un’incomprensibile lingua africana. Mi venne in mente, in quel momento, che nessuno avesse mai pregato per me, a parte mia nonna cresciuta a pane, lavoro e chiesa. Quel ricordo mi torna a trovare ogni volta che si ripete l’ennesima tragedia del mare, o, come nel caso di questi giorni, della terra. Mohamed, partito da Catania per la raccolta del pomodoro, ha lasciato una moglie e una figlia. Storie di queste, nel ghetto africano pugliese, ce ne sono tante. Vittime di un feroce sistema di sfruttamento di cui tutti facciamo parte, una sorta di neoschiavismo autorizzato (e globalizzato) di cui i governi -ahimè anche molti cittadini!- si disinteressano totalmente. I pomodori raccolti in Puglia con logiche di sfruttamento finiscono facilmente sulle nostre tavole, probabilmente vanno a insaporire il maggior prodotto di esportazione italiano: la pizza. Quando lavoravo come cameriere, non era difficile apprendere, dalle etichette dello scatolame, di aziende tedesche che comprano pomodoro “giù” per poi (re)immetterlo bello e (semi)pronto sul mercato italiano. Flusso multinazionale per uno sfruttamento globale. C’è, però, chi a queste logiche risponde con progetti concreti, con tanta umanità e con spirito di -sana- cooperazione (inutile dire che non si tratta di governi o istituzioni):

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Informazioni su Martin_oig

Il mio nome è Michele Porcelluzzi, sono uno studente e appassionato di storia dell'arte con l'hobby della scrittura (tra i tanti). Mi piace scrivere -ahimè- di cattiva conservzione del patrimonio culturale, storia dell'arte, cultura in generale, letteratura, segnalazione di eventi, segnalazione di artisti ecc.. Il campo in cui mi muovo per passione è soprattutto il Seicento, il secolo di Caravaggio, Bernini e molti altri. Tuttavia adoro e amo davvero tutta l’arte, dai graffiti rupestri alla Merda d’artista contatti: http://martin-oig.blogspot.it/

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