La man che forme angeliche dipinge: Guido Reni


Ci troviamo dinanzi ad un’opera a tema sacro in cui due angeli, molto probabilmente i due arcangeli, vegliano il piccolo Gesù Bambino assorto in un tenero sonno. L’aria di santità che si respira all’interno della tela lascia supporre che sia stata concepita per un contesto devozionale molto intimo.

Nell’opera due angeli scrutano oltre un velo, rarefatti di natura, nel corpo e nell’animo, uno dai riccioli graziosamente inanellati che gli pendono, un po’ dietro le spalle, un po’ avanti la testa; l’altro dai crini ordinatamente disposti che scendono delicatamente fin poco sopra le spalle, difficile immaginare un volto a completamento. Dietro le loro spalle spiccano delle ali con piumette morbide e delicate, ma dalla cangiante mutevolezza. Un piccolo Dio che dorme soavemente adagiato, le gote rosee si imprimono sul suo colorito bianco latte; un braccino pende inerme, quasi presagio di pietà, la luce nell’opera proviene da destra, accarezza i visi angelici con un tenue digradarsi e irradia il corpicino del Bambino immortalandolo in una candida stasi .

Ammirevole il ductus pittorico che rende quest’angelica atmosfera, ora con sottili velature, ora con riflessi argentei che si generano grazie all’uso esemplare di bianchi e di grigi. Colpisce subito l’estrema perizia con la quale è realizzata la tela, maturata sicuramente dalla pennellata del Reni, un pittore che riesce qui a figurare l’etereo odore del divino, in una perfetta coniugazione tra disegno e colore.

Si noti la precisione anatomica con la quale è descritta la corporatura del bambino, la naturalezza della posa e il tenero incarnato roseo delle gote che ricorda le tenerezze del Barocci, mentre le dolci profilature dei due arcangeli sembrerebbero essere frutto del costante riaffiorare del correggismo. Un uso sapiente del colore ma anche un attento studio di modelli da parte di un abile disegnatore. Il modello di putto-Bambino viene ad assumere significato rilevante sia per l’apporto iconografico che per quello iconologico: tema secentesco per antonomasia, il prototipo di puttino secentesco, nella generale inquietudine di questo grande secolo e nella sua squisita propensione metamorfica, lo troviamo ora nei panni di un bacchino malato, ora in quelli di un Gesù Bambino Vegliato.

La datazione del Gesù Vegliato, per ragioni di natura stilistica, non dovrebbe allontanarsi molto dall’opera “Incontro tra San Giovanni e Cristo” di Napoli, un periodo in cui il maestro ha raggiunto la sua piena maturità stilistica ed è capace di raccontare scene sacre con l’eloquio di un vero predicatore. Il Reni segnerà poi la sua svolta nella celeberrima Pala della Peste di Bologna, datata 1633, opera nella quale quel suo schiarire ulteriormente la tavolozza nei bagliori dell’apparizione, ci permette di rintracciare le sue prime mosse verso quel periodo squisitamente poetico della sua carriera, denominato “periodo argenteo”.

Il Reni è stato un pittore celeberrimo che, uscito dalla scuola dei Carracci, riesce a ritagliarsi un suo spazio tra i grandi nomi della storia delle arti; un pittore che nella sua prima attività propose un linguaggio così versatile che piacque tanto a Roma proprio per la sua alternanza di modelli, da quelli dei suoi maestri Carracci, in particolare Ludovico, alle influenze caravaggesche. Reni si qualifica come un autentico narratore sacro del suo secolo, un pittore capace di creare rarefazioni ambientali tali da proiettare il fedele in una profonda meditazione sensoriale, tuttavia non estatica.

Il suo carattere rivoluzionario non va sottovalutato, poiché, se Caravaggio fu colui che credette al suo universo tutto fisico, Reni, altrettanto coraggioso, si fa portavoce di una visione più animista, dove la verità risiede nell’esistenza di una pacata rivelazione. Deve essere considerata anche la sua versatilità, che lo porta ora all’esecuzione di opere a tema profano, ora alla realizzazione di scene sacre per le quali la narrazione raffaellesca appare essere una precisa fonte di ispirazione. Un pittore che il Marino cantò così nella sua Galeria, esaltandone le qualità creazionistiche:

Che fai Guido, che fai?

La man, che forme angeliche dipinge,

tratta or opre sanguigne?

Non vedi tu, che mentre il sanguinoso

stuol di fanciulli ravvivando vai

nuova morte gli dai?

O nella crudeltà anche pietoso

fabbro gentil ben sai,

ch’ancor tragico caso è caro oggetto,

e che spesso l’orror va col diletto

Ottava riferita all’immagine sottostante, in cui, riferendosi alla Strage degli Innocenti del Reni, il poeta esalta la sua capacità di creare una realtà altra.

Guido Reni, Strage degli Innocenti, Bologna pinacoteca nazionale 1611

 

Martin

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