La fine del mondo nel Trecento: il Trionfo della Morte secondo Buffalmacco

Personaggio sfuggente, restituitoci alla memoria dalle pagine di Boccaccio nelle vesti di un burlone, Buonamico Buffalmacco fu un pittore fiorentino attivo nella prima metà del Trecento. Sulla sua esistenza ci sono stati in passato dei dubbi, come se il destino si fosse preso una rivalsa su di lui facendosi beffa delle sue burle (1). Dell’esistenza di Buffalmacco infatti si iniziò a dubitare poiché le uniche notizie su sue opere vengono dalle attribuzioni nei Commentari del Ghiberti. Tuttavia, i ritrovamenti di documenti d’archivio, in particolare la sua immatricolazione all’Arte dei Medici e gli Speziali di Firenze risalente al 1320, hanno definitivamente dimostrato l’esistenza di questo pittore e la fondatezza delle diverse informazioni tramandateci dai Commentari.

L’opera

L’affresco si dispiega su una grande parete, oggi trasportato su tela in seguito ai danni subiti a causa dei bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il luogo per cui è concepito, nonché il tema trattato, non fanno che conferire all’opera delle specifiche valenze simboliche: il Camposanto pisano, infatti, si configura come uno dei primi luoghi in Europa deputati alla sepoltura dei morti (prima si seppelliva presso le chiese) e il tema del Trionfo della Morte, all’interno di un ambiente cimiteriale, si carica di significati fortemente moralistici. 

Il Trionfo della Morte è dunque imprescindibilmente legato alle credenze di una cultura, quella dell’uomo medievale, in un’epoca in cui lo spauracchio della morte era percepito come minaccia onnipresente e totalmente incontrollabile, talvolta parto di un castigo divino. Basti pensare al fatto che siamo intorno al 1336-1340 e mancano pochissimi anni alla peste catastrofica del 1348 che decimò la popolazione europea. Si deve inoltre immaginare un luogo, il cimitero medievale, come una sorta di livella sociale in cui si aggiravano spesso monaci predicatori appartenenti agli ordini mendicanti, legati dunque alla moralizzazione degli strati sociali. L’intera scena si configura allora come vero e proprio memento mori e si scompone narrativamente in tre subordinate che immortalano i plurimi aspetti della vita quotidiana dell’uomo medievale.

 

Sulla parte destra dell’affresco viene immortalato un contesto cortese in cui delle donne agghindate si lasciano andare ai piccoli piaceri del loro mondo. Alcune conversano, una tiene in grembo un cagnolino mentre al suo fianco compare un falconiere. Tipici richiami all’arte venatoria, a mode e costumi molto diffusi tra le classi aristocratiche medievali.

 

A sinistra si dispiega un’altra scena parecchio diffusa nella cultura figurativa medievale: l’Incontro tra i tre vivi e tra i tre morti. Si tratta di un episodio di cui non conosciamo la perfetta origine, assimilabile a tutta una serie di richiami topici alla morte e di moniti dal linguaggio efficace ed espressionistico che si sviluppano nell’Europa medievale con lo scopo di richiamare il fedele alla condotta da buon cristiano (si veda anche la Danza della morte).Il racconto narra di tre cavalieri che, durante una battuta di caccia, si imbattono in tre uomini morti, i quali, apparsi per volere di Dio, ammoniscono i cavalieri sul comportamento da tenere pronunciandosi nel motto “Vous serez ce que nous sommes“, ossia “voi sarete quello che noi siamo”. L’episodio è rintracciabile nei poemetti francesi del Duecento e, in Italia, le raffigurazioni pittoriche più precoci pervenuteci risiedono nel Meridione svevo-angioino: nella Chiesa di Santa Margherita a Melfi (1290 ca.) e nel Duomo di Atri (1260/70 ca.).

incontro tra vivi e morti post

Con l’ausilio della casistica citata si può riconoscere uno sviluppo nel modo di trattare il tema. Se accettiamo, infatti, che un ruolo propulsivo nella diffusione dell’episodio probabilmente lo ebbero i codici miniati, e che proprio le pagine di questi codici potevano aver maturato una raffigurazione bidimensionale con a fronte il testo, comparando gli affreschi di Atri e Melfi con quello di Pisa si comprende a pieno come l’iniziale bidimensionalità didascalica duecentesca si rompe, nel Trecento, per giungere a un risultato molto più misurato e realistico volto a scatenare un maggiore coinvolgimento. Come una bella predica la pittura di Buffalmacco dispiega non più un semplice luogo comune, bensì un corteo di cavalieri popolato da numerosi personaggi, che ora incontrano non più tre anonimi scheletrini, ma dei sepolcri schiusi abitati da uomini morti.

La forte presenza di questi elementi e il fatto che l’affresco si trovava, prima dello stacco, lungo il porticato del camposanto, lega il racconto di Buffalmacco alla predicazione degli ordini mendicanti e ai moniti da essi pronunciati per riportare il cristiano sulla retta via.  Si capisce allora come i monaci domenicani, collocati dal pittore nei pressi di una chiesetta, assurgono a modello comportamentale e forniscono un contraltare concreto e ideale alla vita spensierata nel lusso. Ciascuno dei monaci è ritratto in una delle pratiche ritenute alla base della dottrina domenicana: la predicazione, lo studio e la vita comune.

L’intera composizione è tempestata da demoni, spiritelli e figure mostruose, ogni singolo aspetto della vita terrena viene dunque vessato dall’incombenza di queste figure irate che si scagliano sull’umanità rubandole l’anima: un lessico che vuole palesemente terrificare avvalendosi dell’orrido, del macabro e del grottesco. Dal punto di vista stilistico la pittura di Buffalmacco, pur contemporanea a quella del grande Giotto, si distingue nettamente per alcuni caratteri peculiari. Se Giotto concentra i suoi cicli narrativi intorno ad un impianto spaziale coerente e ben costruito, Buffalmacco immagina l’intera composizione come una grande pagina miniata, la sua scena ha un andamento sviluppato a più fuochi narrativi ed è accompagnata da un moto centrifugo più che centripeto. Ogni particolare viene caricato di espressività. Gli spiritelli che popolano la composizione sembrano trovare un preciso riferimento stilistico nei numerosi genietti scolpiti che popolano i sarcofagi antichi, presenti nello stesso camposanto, da cui probabilmente il pittore ha tratto spunto diretto. L’affresco, nonostante la spettacolarità e l’ unicità, presenta uno stato di consunzione che non permette di apprezzare a pieno le potenzialità pittoriche di Buffalmacco. Il solo fatto che al pari di Giotto sia il protagonista delle novelle di Boccaccio e del Sacchetti lascia pensare a un suo ruolo tutt’altro che marginale nella cultura artistica trecentesca.

(1) Anche se a parer mio la dimensione burlesca in  il pittore viene inquadrato dovrebbe essere più figlia di una desiderio elogiativo che di fatti fondati. Come per la novella di Giotto e Messer Forese (VI, 5), Boccaccio sottolinea la capacità degli artisti di sovvertire l’ordine attraverso il registro della parola, anch’essa forma d’arte e sorella della pittura.

Per approfondire:

L. BELLOSI, Buonamico Buffalmacco, in Enciclopedia dell’Arte Medievale (disponibile online a questo indirizzo http://www.treccani.it/enciclopedia/buonamico-buffalmacco_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/)

 L. BELLOSI, Buffalmacco e il Trionfo della Morte. Torino, Einaudi, 1974.

 L. BOLZONI, La rete delle immagini. Predicazione in volgare dalle origini a Bernardino da Siena.Torino, Einaudi, 2002.

 L. ROGNONI, La leggenda dei tre vivi e dei tre morti, in “Spolia, journal of medieval studies”, 2004, disponibile al seguente indirizzo (http://www.spolia.it/online/it/argomenti/letterature_romanze/filologia/2002/tre_vivi.htm)

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