La Concattedrale di San Sabino a Canosa, tra antico, Bisanzio e Terra Santa

La città di Canosa, importante centro dell’antichità, condivise con Bari la sede vescovile e accoglie oggi la Concattedrale di San Sabino. I fortissimi rimaneggiamenti di epoche successive hanno alterato abbondantemente l’aspetto dell’edificio, tanto da rendere difficile la lettura dei tempi di costruzione della fabbrica romanica. Gli studi sulla chiesa canosina sono stati numerosi e tutti alquanto discordi nel fornire ipotesi sulla periodizzazione.

Unica notizia certa relativa al cantiere è l’intitolazione ad honorem Dei et beati Sabini confessoris Christi avvenuta ad opera di papa Pasquale II nel 1101. Altro documento che si tende a riferire alla chiesa è la bolla di Alessandro II, risalente al 1063, in cui si cita una chiesa dedicata ai santi Giovanni e Paolo come sede dell’arcivescovo di Canosa e Bari e si fa menzione delle reliquie del santo ecclesia sancotorum martyrum Jhoannis et Pauli que est sedes Barensis Archiepiscopi et quorum altare reliquie sancti Sabini sunt recondite. La chiesa si presenta con una pianta a tre navate, sulle quali svettano cinque cupole a baldacchino, tre in asse nella navata centrale e le altre due nei bracci del transetto; le tre cupole della navata centrale si innestano su sei magnifiche colonne di riporto in marmo greco e altrettanti capitelli corinzi, sempre di riporto, di ottima fattura. La tipologia architettonica della chiesa richiama modelli orientali, ciascuna campata è disegnata, in larghezza e in lunghezza, dall’arcone di imposta della cupola, le navate laterali, voltate a botte, sono divise dalla centrale per mezzo di robusti pilastri, mentre i setti murari sovrastanti si caratterizzano per l’estrema semplicità e l’assenza di ornamentazioni. L’aspetto attuale, nonostante i restauri, è stato fortemente compromesso dall’avancorpo ottocentesco, così come alterato risulta l’aspetto della cripta rimaneggiata in epoca rinascimentale. Originariamente, stando alle testimonianze dei cronisti successivi, doveva esserci anche un porticato antistante alla chiesa.

L’ipotesi ricostruttiva formulata da P. Belli d’Elia1 vorrebbe un edificio preesistente intitolato a San Giovanni e Paolo, come risulta dalla bolla di Pasquale II, quindi, un successivo rifacimento all’altezza degli anni ottanta del XI sec, in corrispondenza dell’arcivescovato di Ursone, vescovo di Canosa e Bari (1079-1089), da inquadrare sotto la duplice spinta promotrice dei normanni e della chiesa romana.

Molto interessante è l’utilizzo che si fa delle colonne e dei rispettivi capitelli collocati tutti con funzione statica a reggere l’arcone su coi si imposta la cupola. Sembrerebbe intenzionale la scelta di collocare a vista, lungo la navata centrale, i capitelli di migliore fattura e le colonne integre, poiché i capitelli medievali, che pur sembrano ispirarsi al corinzio antico, sono collocati nel transetto; stessa sorte si riserva alle colonne meno eleganti a causa delle ricomposizioni con marmi diversi e le conseguenti incongruenze cromatiche. Per le colonne in navata, dunque, sembrerebbe esserci una scelta meditata e assimilabile a quanto si fa nella vicina Venosa presso l’abbazia della Trinità (nella Chiesa Vecchia).

 

 

 

 

Il Pulpito


Il pulpito della chiesa risultava smontato ai primi del novecento, quando il Bertaux ne lamentava la collocazione disastrata presso un sottoscala. Le vicende, tuttavia, non sembrano aver arrecato danni sostanziali all’intero insieme. Sulle quattro colonne si sviluppano gli archi che sorreggono una cassa quadrangolare; presso quest’ultima, in posizione frontale, è posta una struttura aggettante a forma semicilindrica sulla quale è ancorato il leggio sorretto dalla figura aquilina. Ciascun particolare dell’opera presenta un’ornamentazione che, nei motivi a palmette, sembra trarre ispirazione da modelli bizantini, proponendo tuttavia una forte stilizzazione. Affrontare il problema della datazione di questo manufatto appare alquanto complicato e legato alle problematiche di datazione della chiesa stessa.  Secondo la Belli D’Elia1, infatti, il pulpito sarebbe stato smontato dalla chiesa precedente e riutilizzato all’interno di questo nuovo edificio.

Risale al Wackernagel2 l’idea di racchiudere entro il corpus di un’unica personalità artistica il pulpito canosino, i frammenti del pulpito di Monte Sant’Angelo e il frammento di leggio murato presso la Chiesa di Santa Maria Maggiore di Siponto. In effetti, mentre nell’esemplare canosino abbiamo l’iscrizione che ci parla di un Acceptus arcidiacono, ruolo difficilmente sovrapponibile con la figura di magister, nei frammenti di Monte Sant’Angelo si nomina uno sculptor.

Iscrizione pulpito canosino:

P(er) IUSSIONEM D(omi)NI MEI GUITBERTI VEN(erabili)S P(res)B(ite)R EGO ACCEPTUS PECCATOR ARCHIDIAC(o)N FECI HOC OPUS

I frammenti del pulpito di Monte Sant’Angelo recherebbero invece un’iscrizione frammentaria in cui compare la scritta (sc)ULPTOR ACCEPTUS, riferita dalla critica allo scultore Accetto. Il fatto che, nello stesso santuario, compaia il frammento del leggio del pulpito (datato 1040) ha portato gli studi a riconoscere intorno ad Accetto, la figura di un arcidiacono scultore e committente, anche se non si può escludere del tutto che si tratti solo di un committente che ordina più pulpiti. Anche la datazione appare difficile da risolvere, i numerosi studi a riguardo, propongono di inquadrare il pulpito di Canosa come prototipo per i successivi di Monte e Siponto, supportando la teoria secondo la quale l’andamento più metallico della materia scultorea, in quello canosino, sarebbe a monte degli esiti successivi più naturalisticamente connotati in alcuni particolari e con un trattamento del marmo meno appesantito. Tuttavia, anche quest’ultima considerazione barcollerebbe, poiché, come osserva la Belli d’Elia3, sebbene a rigore di logica si potrebbe supportare un’ipotesi di questo tipo, si dovrebbe tener in conto che la scultura pugliese, stando a quanto si registra nella cattedra firmata da Romualdo (fine XI sec.),  nella chiesa di San Sabino, sembra assumere, successivamente, un andamento più sintetico nella resa dei particolari. La questione rimane pertanto ancora alquanto spinosa. La data 1041, leggibile presso il leggio di Monte Sant’Angelo, nonostante le incertezze riguardo ad Acceptus, sembrerebbe essere un termine di paragone difficilmente eludibile e un esempio concreto di come venivano lavorati i pulpiti in Puglia nella prima metà del secolo. Ad ogni modo, il pulpito dovette essere smontato dalla chiesa precedente e riutilizzato nel nuovo edificio.

 

 

 

Il Mausoleo di Boemondo

Il mausoleo, fatto costruire da Boemondo d’Altavilla, figlio di Roberto il Guiscardo e valoroso combattente in Terra Santa, è uno dei pochi esempi di sepoltura nobiliare normanna attestati in Puglia. Il monumento rientra nella generale politica di auto-celebrazione dinastica, ma, in questo caso, a differenza di quanto avviene per le sepolture di Roberto il Guiscardo e di sua moglie Alberada (madre di Boemondo), si predilige la struttura a mausoleo piuttosto che erigere un cenotafio1. E’ interessante, inoltre, notare come nella costruzione ci sia l’intento di citare il Santo Sepolcro di Gerusalemme nell’aspetto in cui doveva apparire nell’XI sec.2; verosimilmente una volontà del cavaliere. Alla sommità della costruzione una cupola sferica -di restauro- sostituisce quella originaria a spicchi; sotto scorre l’iscrizione celebrativa di Boemondo.

Costruito intorno al 1118, l’edificio presenta materiale di spoglio nei conci marmorei di costruzione (fig. 1), probabilmente recuperati nei pressi dell’antica Conosium, luogo in cui, ancora oggi, si trovano i resti di un antico arco di trionfo romano interamente spogliato.

Altri pezzi di reimpiego sono la lastra, assai abrasa, con personaggi paludati3 (fig. 3) e i capitelli e le colonne del vicino portico (fig. 2), molto verosimilmente i resti del vecchio porticato che circondava la chiesa. La struttura dei capitelli e delle modanature medievali del mausoleo denotano una forte ispirazione classicheggiante, da collegare agli intenti di celebrazione dinastica dei normanni.

Qualche cenno sul portale bronzeo

Altro aspetto problematico del complesso di San Sabino è la datazione del portale bronzeo del mausoleo. La porta si compone di due valve, quella di sinistra più grande e caratterizzata da tondi con finte scritture cufiche, quella di destra dovrebbe essere realizzata in un secondo momento e presenta delle ornamentazioni geometriche di gusto arabizzante con dei mascheroni lungo le cornici laterali. Sempre la valva di sinistra è realizzata in modo diverso poiché formata riunendo più pezzi e riutilizzando un’anta precedente, come si può notare dai motivi ornamentali visionabili da tergo. Sulla valva destra, invece, delle raffigurazioni incise con personaggi della nobiltà, tradizionalmente identificati con la dinastia normanna coeva, distinguono ulteriormente la lavorazione. Sull’opera un’incisione reca la seguente scritta:

Sancti Sabini Canusii Rogerius Melfie Campanarum fecit et candelabrum

Dopo alcune ipotesi su questa maestranza, la critica sembra oggi essere incline a riconoscere un maestro proveniente da Melfi e non da Amalfi.

Al di là delle vicende realizzative, di secondaria importanza in questa sede, risulta interessante registrare le incongruenze dell’opera e valutare, come ha proposto Belli d’Elia1, un riadattamento della valva sinistra per il mausoleo, probabilmente da una precedente porta per la cattedrale, cosa alquanto probabile se pensiamo alle forti irregolarità. A parte il generale gusto arabizzante, il manufatto si presenta come prodotto culturalmente ibrido, figurano degli inserti di ascendenza bizantina nei motivi a palmetta lungo la cornice, nelle formelle reggi battaglio, e nei tondi decorati, una forte stilizzazione di discendenza araba, infine, nelle protomi leonine si rintraccia un’ispirazione classicheggiante e un maggiore naturalismo.

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