Il Viaggio

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di Davide Ciscì

Stanco, con le braccia doloranti e la fronte madida di sudore, il traghettatore faceva scivolare la barca sulla superficie del mare scuro, appena increspata dalle onde.
Non ricordavo da quanto stessimo navigando su quel mare verde scuro, denso e vagamente minaccioso nella sua placidità; eppure avevo la sensazione che il nostro viaggio sarebbe presto giunto al termine. Nonostante la velocità con cui la barca si muoveva sulle onde, l’aria era inspiegabilmente ferma attorno a noi: non la percepivo sul viso, e non sembrava circondarci in nessun modo, quasi fossimo sospesi al di là dello spazio e del tempo, eternamente relegati in quella dimensione incorporea dominata dal solo dondolare dell’imbarcazione. Non ricordavo neanche da quanto tempo fossi in quella posizione, in piedi sulla prua della barca, come una polena protesa verso i flutti, ad osservare il plumbeo dispiegarsi di quel paesaggio marino sempre uguale a sé stesso; eppure non mi sentivo stanco, nè provavo il desiderio di mettermi a sedere o di cambiare posizione. Dietro di me il respiro del traghettatore scandiva, ritmicamente, l’andamento dei remi, lento e regolare.

“Dove stiamo andando?” chiesi al traghettatore, senza voltarmi e preso da una improvvisa quanto inspiegabile curiosità.

“Lo sai bene” rispose, alle mie spalle, una voce verde scuro come l’acqua che ci circondava. Senza età, nè inflessione particolare, sembrava provenire non da un punto preciso, ma dall’orizzonte stesso dietro di me.

“Ah, già” risposi meditabondo, ma incapace di soffermarmi su un pensiero in particolare.

“Il sole sta tramontando” considerai, quasi tra me e me, osservando le sfumature arancioni di cui si stava rivestendo la superficie del mare.

“Il giorno volge al termine”. Nel pronunciare queste parole venni preso da una lieve fitta al petto, come di rimpianto o nostalgia. Ma non vi feci troppo caso: proprio in quel momento, davanti ai miei occhi, quello che inizialmente sembrava un fitto banco di nubi scure si era aperto, come foschia che si dirada al mattino, e aveva lasciato spazio all’immagine imponente di una piccola isola.
Rocciosa, inospitale eppure accogliente al tempo stesso; sulla destra tre aperture rettangolari erano praticate direttamente sul fianco scosceso della scogliera, come porte di un’abitazione ricavata nel ventre stesso della pietra. Al centro, alti e fieri, svettavano alcuni cipressi, a fare la guardia a tutta l’isola; davanti a noi, più in basso, un piccolo approdo, con una scalinata che conduceva verso l’interno dell’isola, inerpicandosi in mezzo agli alberi.

“Cos’è questo posto?” chiesi, nuovamente senza volgermi verso il mio interlocutore, completamente assorbito dalla visione dell’isola.

“La tua casa” rispose mesto il traghettatore, rallentando leggermente il ritmo della remata, in quanto ci stavamo ormai accingendo ad attraccare.

“Ma questa non è casa mia” obiettai, perplesso.

“Ho detto che è la tua casa, non casa tua” rispose ancora il traghettatore, ma senza modificare minimamente il tono di voce. “Non far finta di non capire” aggiunse, dopo una breve pausa.

Aveva ragione. Non era più il caso di far finta di non capire. Abbassai lo sguardo verso la forma candida e rettangolare che occupava, di traverso, la prua della barca. La mia bara. Ricoperta da un lenzuolo, bianco come il sudario che, solo in quel momento, mi resi conto di indossare.

La barca attraccò nel porticciolo dell’isola. Da qui potevo vedere i cespugli di bassi arbusti che crescevano nelle increspature delle rocce, e qualche piccolo fiore bianco, che spiccava solitario sul lato destro dell’alta scogliera.

Il traghettatore tirò i remi, e lasciò che la barca sfruttasse la spinta dell’ultima remata per posizionarsi lentamente parallela all’approdo. A quel punto si levò in piedi, e mi passò a fianco per legare la cima ad un ormeggio del porticciolo. Nel compiere quelle operazioni, che sotto all’apparenza di semplici gesti automatici facevano trasparire le migliaia di volte in cui erano stati compiuti, si mostrò per la prima volta alla mia vista. Il suo viso aveva qualcosa di estremamente familiare, per quanto non sapessi esattamente individuare cosa. Era come se mi ricordasse in maniera estremamente vivida una persona che una volta avevo conosciuto, ma della quale, ora, non riuscivo neanche a ricordare il nome. Mi passai la mano sul viso, stanco per il viaggio, e non feci caso al fatto che il mio palmo non incontrava la resistenza dei miei connotati, ma si muoveva libera su una superficie completamente liscia e uniforme, non segnata da alcuna forma.

“E’ tempo di andare” disse il traghettatore, una volta terminato l’ormeggio della barca, tendendomi la mano perchè potessi scendere.

“Il giorno volge al termine” risposi piano, scendendo dalla barca e mettendo per la prima volta piede sull’isola.

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