Il potere dell’immagine nella propaganda leghista

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Il potere dell’immagine nella propaganda leghista

Dal manifesto dell’Indiano d’America al “Fate girare!”

 

Nel gennaio 2012 in un raduno di piazza della Lega Nord a Milano era possibile imbattersi in “manifestazioni” di questo genere:

Militante della Lega Nord travestito da capo indiano, durante la manifestazione del gennaio 2012 a Milano, documentata dal blogger Saverio Tommasi (https://www.youtube.com/watch?v=YYDpFpylbB0 )
Militante della Lega Nord travestito da capo indiano, durante la manifestazione del gennaio 2012 a Milano, documentata dal blogger Saverio Tommasi (https://www.youtube.com/watch?v=YYDpFpylbB0 )

Per coloro i quali non fossero pratici di usi e costumi del “popolo padano”, anche solo per una questione geografica, questa immagine risulta ambigua e poco leggibile. Ma, o forse proprio per questo, indubbiamente affascinante.
Come gli indiani d’America possano essere diventati parte della ritualità carnevalesca dei leghisti possiamo indagarlo a partire da un famoso manifesto che durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2008 tappezzava i muri delle città di Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Marche ed Umbria riscuotendo un clamoroso successo. Dibattiti sui forum e sui quotidiani nazionali, riprese, parodie ed infine, appunto, emulazioni.

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Se dal punto di vista estetico sembra tradire le basilari norme della grafica pubblicitaria, l’idea di affiancare l’immagine di un capo indiano al concetto di immigrazione è talmente stridente, per chi voglia riconoscere un minimo di verità storica, ed al contempo, come illustrerò, talmente appropriata e vicina, per elettori e simpatizzanti della Lega Nord, da risultare, nell’ottica della propaganda politica, vincente. O, per dirla con il fondatore del partito Umberto Bossi, “intelligente”.

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La clamorosa ripresa dell’UKIP, Partito per l’Indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage, in un volantino del 2010

 

Perché dunque questo manifesto funziona?

L’INDIANO DELLA LEGA NORD

Vari aspetti accomunano il nostro metodo, o più modestamente la nostra procedura, alla lettura comunemente intesa: innanzitutto, ciò che ne deriva è un significato, il che vuol dire che si sfruttano elementi visibili discreti, detti segni, cui si attribuiscono significati; in secondo luogo, queste attribuzioni di significato, o interpretazioni, sottostanno a regole, dette codici; infine, il soggetto di tale attribuzione, colui che la compie, lettore o osservatore che sia, rappresenta un elemento decisivo del processo. Inoltre (…) ogni atto di lettura avviene all’interno di un contesto, di un’intelaiatura [framework] storico-sociale detta cornice [frame], che riduce il numero dei possibili significati.” Mieke Bal[1]

Il contesto: l’anno delle insicurezze

Il 2008 italiano si era aperto con la crisi del governo Prodi, ma questo avvenimento aveva rappresentato solo l’apice del generale clima di instabilità politica, che aveva caratterizzato tutto il 2007, ed economica, che a partire dagli Stati Uniti si sarebbe estesa globalmente sfociando nella grande recessione. A completare il quadro di incertezze e paure, già di per sé terreno fertile per l’avanzata di movimenti xenofobi e autonomisti, l’apertura del dibattito sull’ingresso della Turchia nell’Unione Europea e la stampa nazionale che presenta il 2008 come “anno record” dal punto di vista dell’immigrazione con “boom di arrivi via mare, terra o aria”.[2]

Nella coalizione di centro-destra, con il Popolo delle Libertà ed il Movimento per le Autonomie e Silvio Berlusconi ancora una volta candidato presidente, la Lega Nord si presenta alle elezioni sotto le insegne del federalismo fiscale, contro “Roma ladrona”, e della lotta all’immigrazione clandestina. Forte del consenso popolare costruito in vent’anni di radicamento sul territorio, il partito di Umberto Bossi ed i suoi slogan evocanti la chimera della sicurezza saranno premiati con l’8%, mentre, per la prima volta nella storia della Repubblica, la “sinistra radicale”, non superando la soglia di sbarramento (prevista dalla famigerata “porcellum”, la Legge Calderoli, n. 270 del 21 dicembre 2005), non eleggerà rappresentanti in Parlamento.[3]

Il codice: breve profilo delle metodologie di comunicazione politica leghista

Abbiamo capito che gli aspetti folkloristici della nostra attività e gli equivoci più maliziosi sulla proposta federalista erano un’ottima pubblicità. Pubblicità negativa certo! …ma tutto fa brodo quando un movimento è agli albori.” Umberto Bossi

Le origini della Lega Nord, nata nel 1990 nel bergamasco dall’unione di sei movimenti autonomisti regionali (Piemonte, Lombardia, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana), sono radicate nelle dinamiche del movimentismo, dunque nel territorio e nella base stessa. Tuttavia, ed in questa caratteristica risiede la peculiarità del leghismo, la base non si limita a comporre l’elettorato, ma si riconosce ed autorappresenta come popolo, con una propria specificità ed unicità storica, culturale, etnica, folkloristica e linguistica che lo rende un “a parte” dal resto d’Italia. Scrive Giulia Lonardi, sociologa e collaboratrice di ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia, in La comunicazione leghista. Lingua simbologia e ritualità (Università degli studi di Trento. Sociologia delle relazioni etniche, 2010):

La Lega Nord ha investito in modo strutturale su due macro-generi comunicativi: Il linguaggio — Simboli politico-culturali, che hanno orientato gli atteggiamenti di massa. Per fare questo però, ha dovuto investire energie nella dissacrazione di molti simboli tradizionali della storia italiana (Risorgimento, Garibaldi, La Patria).

La consacrazione e la legittimazione della mitologia identitaria con le proprie liturgie ed i propri rituali (dal battesimo nel Po al raduno di Pontida), attraverso la dimostrazione scientifica e culturale dei presupposti dell’azione politica del partito, è affidata alla rivista bimestrale Quaderni Padani (edita dal 1995 dall’associazione culturale “La Libera Compagnia Padana”), al quotidiano La Padania ed all’emittente radiofonica Radio Padania Libera (“La tradizione è nel nostro DNA”[4]), ma è la comunicazione diretta con il popolo, in forma di comizi, manifesti e volantini, che porta all’elaborazione di quel linguaggio popolare, dall’accento marcatamente nordico quando non dilettale, paratattico, scarno e duro, fatto di slogan e trivialità, razzista ed omofobo. In Ethnos e Demos: Dal leghismo al neopopulismo, gli autori Bonomi e Poggio sintetizzano così in questo elenco i cardini della comunicazione leghista:

  • Mancanza del linguaggio colto
  • Linguaggio popolare “da bar”
  • Linguaggio “della trasparenza”
  • Trivialità
  • Pratica dell’insulto (sia in termini linguistici che di azione)
  • Slogan
  • Uso e importanza del dialetto
  • Esaltazione della folla
  • Uso di simbologia e rituali
  • Uso di vocaboli e di azioni guerreschi   

Un linguaggio, insomma, che parla alla pancia, pieno di stereotipi linguistici e sociali. Il linguaggio del maschio, bianco, virile, pronto a difendere la propria terra, che è “uno del popolo”, che parla la lingua del popolo, che si fa capire dal popolo e si rivolge ai politici senza usare mezzi termini assicurandogli piena rappresentanza.
Un uomo, insomma, come il leader Umberto Bossi, il cui atteggiamento assolutamente
sui generis per il contesto politico italiano, suggerì la coniazione del neologismo celodurismo, derivante dal refrain “la Lega ce l’ha duro” che infiammava le piazze. Questo esempio da la dimensione della singolare potenza immaginifica delle sue espressioni linguistiche. “Il pugno gigantesco del Nord”, “il pancione molle dello Stato”, “le fogne del regime”.

Di sicuro Bossi non passerà alla storia come vate, ma i suoi discorsi hanno una loro poetica. (…) La sua inventiva contribuisce a determinarne il successo. Più che il contenuto è la forza delle immagini evocate a trasmettere le sue convinzioni ed è lo stesso Bossi ad attribuire una funzione pedagogica al suo strano linguaggio.[5]

Altra notevole specificità della strategia comunicativa leghista dagli anni 90 al 2008, prima della “secolarizzazione” in chiave 2.0 operata da Matteo Salvini, risiede nella scelta del medium attraverso il quale veicolare il proprio messaggio.

La Lega innanzitutto è l’unico movimento politico (…) che prescinde dalle forme moderne di comunicazione [che] fa del suo radicamento nel territorio, e del rapporto diretto che instaura grazie a questo con le persone, il suo principale momento di comunicazione, con un complicato ma fruttuoso lavoro che le permette di capire e carpire gli umori profondi del suo elettorato reale e potenziale. Un modello organizzativo e comunicativo identico a quello dei grandi partiti della prima repubblica e che (…) non è nella prassi di nessun partito. Forse è anche per questo che la Lega è l’unico partito nato nella Prima Repubblica sopravvissuto alle intemperie di questi ultimi vent’anni (…) con crescite di consenso importanti.[6]

Comizi, manifesti e volantini continuano perciò ad essere strumenti privilegiati di comunicazione sia in quanto mezzi tradizionali e popolari, sia poiché consentono l’uso di un linguaggio semplice, conciso, diretto e ad effetto. In particolar modo il manifesto, coniugando elementi visivi e testuali, garantisce la veicolazione diffusa, diretta e costante del messaggio politico, rimanendo attaccato ai muri, nelle strade, e dunque visibile per un arco tempo prolungato dall’ “uomo comune”.
“Mi sono reso conto — dice infatti Umberto Bossi — che i miei giornali, le mie tv, i miei messaggi potevano trovare sui muri lo spazio necessario”.[7] Sul sito ufficiale del partito un’ampia sezione è dedicata all’archivio storico dei manifesti, definiti “strumento efficace sia per il tipo di messaggio sia per le modalità di diffusione esclusivamente militanti”.[8]
Alla luce di questi studi il successo della propaganda leghista sembra risiedere in un sapiente
pastiche comunicativo di cultura popolare e “senso comune”.

Il lettore/osservatore: ritratto dell’elettore della Lega Nord

Risulta evidente come la definizione degli interlocutori, del target di riferimento della Lega avvenga attraverso la scelta linguistica e dei mezzi di comunicazione. Parliamo della fascia medio-bassa in particolar modo della popolazione Veneta, Lombarda e Piemontese, tra i 40 ed i 60 anni, che non ha mai fatto politica e che si autodefinisce come lontana dalla politica istituzionale della capitale, fatta di sprechi e di intrighi di palazzo.

La Lega Nord ha dovuto elaborare un linguaggio adatto a far presa su un elettorato di ceto medio-basso, composto da piccoli e medi imprenditori, i famosi ‘padroncini che si sono costruiti da sé’ che non hanno ricevuto adeguato potere decisionale. Si cercò quindi di sfruttare un malcontento generalizzato verso la politica nazionale e nei confronti delle varie trasformazioni dovute alla globalizzazione, all’immigrazione, all’europeizzazione, incanalandolo in temi e azioni che facevano presa sulla gente. Si può dire che la Lega abbia elaborato un proprio discorso politico, uno schema interpretativo delle situazioni e degli eventi politici facendo riferimento in gran parte al “senso comune” e a mezzi non sempre democratici.[9]

L’elettore della Lega è l’uomo abituato a definirsi tramite un sistema di dicotomie ed opposizioni all’”Altro”, un Altro necessario che è al contempo nemico/minaccia ed incarnazione delle proprie paure, a cui oppone un’autorappresentazione simbolica, di frequente tendente al carnevalesco, che sopperisca al bisogno frustrato di determinazione all’interno del campo di forze rappresentato dal contesto sociale. Insomma quella costruzione identitaria altro non è che un montaggio di immagini evocative, che giacciono stratificate nell’archivio della memoria della cultura popolare, paure e desideri che svelano l’urgenza di potere di una classe che vede nella difesa della propria “roba”, e di tutto ciò che vi gira attorno, la sola realizzazione di sé.

I segni: un’analisi del manifesto

Con la gente devi semplificare e caricare, devi far brillare i colori.”
Umberto Bossi

Il manifesto dell’indiano rappresenta di fatto un caso particolare. L’idea fu presa in prestito, con le dovute e peculiari modifiche, alla vicina Lega dei Ticinesi, movimento autonomista del Canton Ticino.

Manifesto della Lega dei Ticinesi, Elezioni Federali 2007
Manifesto della Lega dei Ticinesi, Elezioni Federali 2007

 

Le due versioni del Carroccio si compongono di un’immagine, che ritrae il volto disegnato di un indiano, verosimilmente Toro Seduto, capo nativo nordamericano della tribù Sioux Hunkpapa, un testo, distinto graficamente con font, formattazione e colori differenti in un’esclamativa (“LORO NON HANNO POTUTO METTERE REGOLE ALL’IMMIGRAZIONE ORA VIVONO NELLE RISERVE!”/“LORO HANNO SUBITO L’IMMIGRAZIONE ORA VIVONO NELLE RISERVE!”) ed un imperativo esortativo in corsivo (“Pensaci”), corredato dal simbolo del partito.

La differenza rispetto al manifesto classico, con il volto del candidato, lo slogan ed una certa linearità compositiva che le campagne elettorali di Silvio Berlusconi avevano portato in auge, è marcatamente evidente. Lo stile è vagamente retrò, più simile ad un manifesto di propaganda degli anni 40–50. Ma, a differenza di Zio Sam[10], con il quale pure condivide le finalità, questo Toro Seduto non ci immobilizza rivolgendoci lo sguardo o con il gesto del puntare il dito, non manifesta “segni espliciti di un desiderio positivo”[11], al contrario, ed in questo risulta più simile all’opera di Barbara Kruger[12] citata da Mitchell, ci rivolge il suo profilo con lo sguardo assorto e rivolto altrove, forse all’orizzonte, creando un coinvolgimento indirettamente, “facendo credere di non volere nulla”.[13]

Cosa cerca? “Cosa non può avere?”[14], ci si potrebbe domandare con Mitchell. Tridimensionalità. Storicità. Non è il Toro Seduto dei ritratti fotografici di fine ‘800, in abiti da guerra, con i lineamenti fieri e marcati dal contrasto del bianco e nero e la patina storicizzante di polvere della prateria. È un disegno, come uno dei tanti indiani delle storie a fumetti di Tex Willer. E vi si richiama anche nei dettagli cromatici degli ornamenti e dello sfondo. È un’immagine fortemente intermediale ed intertestuale, che rimanda ad un testo visivo che è il fumetto, fortemente presente nella cultura popolare del nord Italia.[15]

Tex, Sergio Bonelli Editore
Tex, Sergio Bonelli Editore

 

La superficialità di una rappresentazione legata alla cultura popolare è preferita rispetto al realismo, alla storicità ed alla densità che la scelta di una fotografia originale avrebbe conferito al manifesto. Più adatta ad un messaggio che nulla ha a che vedere con la storia del popolo nativo americano, ma piuttosto con quella di una nazione, quella Italiana, sistematicamente abituata all’invisibilizzazione ed alla rimozione del passato coloniale (in questo caso del fenomeno stesso, in senso e latitudine estesi) attraverso i testi visivi[16] ed alla costruzione del sé specchiandosi nell’alterità alla ricerca della propria identità.
“Loro hanno subito l’immigrazione”, “Loro non hanno potuto mettere regole all’immigrazione” significa “loro sono come noi richiamo di diventare, se…”.[17]

Le trivialità xenofobe e populiste dei più usuali “Rimandiamoli a casa” lasciano spazio ad un linguaggio, seppur assertivo, più mediato, bilanciato dalla forza evocativa dell’immagine che va a commentare.

Il morbido corsivo rosso del “Pensaci”, in corrispondenza del richiamo alla battaglia di Alberto da Giussano, leggendario condottiero protagonista della battaglia di Legnano, dalla dubbia storicità, stilizzato nel simbolo del partito, chiude il manifesto con una esortazione tutt’altro che onesta, che impedisce in realtà all’osservatore di ricavare un’interpretazione diversa da quella che il manifesto asserisce facendo appello non alla realtà storica, ma alla sua memoria inconscia[18], a quel background culturale che già ha manipolato la figura del nativo americano per restituircela normalizzata.
In effetti
Tex, che dal 1948 — anno della sua prima pubblicazione — è il fumetto di punta della casa editrice milanese Sergio Bonelli Editore, nonché la più famosa e duratura serie a fumetti italiana, è il primo fumetto a proporre, accanto a quel filone cinematografico revisionista derivato dallo spaghetti western, un’immagine dei nativi nordamericani lontana da quella del nemico selvaggio, dalle oscure e cruente ritualità, preda dell’alcool e dunque incontrollabile[19] ritratta nel western americano ad uso di giustificazione dello sterminio sistematico dei colonizzatori. In Tex il nativo è il “buon selvaggio”, “non più macchiette stereotipate di selvaggi, ma popoli con evoluta e radicata cultura”.[20] Nel 2007 era anche stata pubblicata la collezione storica a colori.
Di fatto questa composizione di immagine e testo immobilizza chi vi si imbatte, a causa dello sconcerto in chi, dotato di un livello di istruzione medio-alto, vi riconoscerà un “falso storico”, per simpatia, nell’accezione greca del termine, in chi si riconoscerà nell’interpretazione aberrante suggerita.

L’interpretazione

(…) i film sono fatti dal pubblico, i film sono fatti dagli operatori, dai sindacati: sono tutti responsabili…”
Jean-Luc Godard[21]

Anche noi padani ci consideriamo un po’ negri, perché siamo bistrattati e sfruttati, costretti a pagare perché qualcuno mangi alle nostre spalle.”
Roberto Maroni[22]

Questo manifesto propone una rappresentazione del nativo nordamericano che affonda le radici nella cultura popolare di cui l’immaginario, soprattutto della fascia di popolazione tra i 40 ed i 50 anni cui la Lega specificatamente si rivolge, è permeato. Facendo leva sull’emotività di un’immagine legata al ricordo dell’infanzia e sul senso comune[23], affascina, riattiva ed agisce sulla sfera del simbolico, riducendo la Storia e la Realtà a visioni carnevalesche del mondo. Che può sfociare nell’emulazione attraverso il mascheramento.[24] Appare paradossale, all’occhio esterno, che la costruzione del popolo Padano passi attraverso l’associazione alla figura dell’indiano d’America. In realtà la ricontestualizzazione [reframing] che questo manifesto applica all’immagine utilizza lo stesso meccanismo di costruzione ambigua dell’altro che viene attuato nei confronti dell’immigrato. “Esso [il rispecchiamento per contrasto] pesca a piene mani dagli archivi delle ‘figure della razza’ riproducendole e modificandole a seconda dell’immagine che il soggetto egemone vuole offrire di sé”.[25] In questo caso la similitudine con l’immagine dell’indiano è concessa in quanto figura astorica, funzionale nell’assecondare le paure più viscerali dell’uomo comune e giustificata perché non pone questioni pressanti nella definizione della “linea del colore”, essendo bidimensionale e lontana nel tempo e nello spazio (dunque sfruttabile e manipolabile). Per comprenderne il motivo sarà sufficiente immaginare quale impatto avrebbe potuto avere lo stesso manifesto composto però dalla fotografia di un bambino palestinese, di un profugo siriano o di una donna kurda.
Marchiando, con il proprio simbolo di partito l’immagine dell’indiano-fumetto, la Lega se ne appropria, la imbavaglia e la piega alle proprie finalità di propaganda.

Con questo manifesto si va ad iscrivere, nell’elenco dei punti cardine della comunicazione leghista, l’elemento del vittimismo da “sindrome da accerchiamento”.[26]

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Questo manifesto, dunque, funziona perché ha fascino. Ed ha fascino sia perché da un punto di vista storico e razionale, costituisce una interpretazione aberrante della storia dei nativi nordamericani, sia perché risulta al contrario perfettamente conforme alla “visione del mondo” dell’uomo padano, fatta di cultura popolare — e dunque profondamente intrisa dei meccanismi che permeano i testi visivi — e senso comune.
In entrambi i casi ha la capacità di rimanere saldo nella memoria.
Ma, reclamando in conclusione il diritto ad una interpretazione che non costringa ad assistere passivamente all’appropriazione aberrante leghista, questo manifesto diviene il simbolo di quanto la Padania sia un luogo dell’immaginazione, che non esiste se non come caricatura, rappresentazione carnevalesca di un bisogno di potere. Per ora l’unico reale potere veicolato attraverso il consenso, è quello di permettere alla Lega di perpetuare l’uso abusivo delle immagini, raggiungendo le vette di imbarazzo inimmaginabili di cui sono prova i vari “FATE GIRARE!” che transitano quotidianamente sulle bacheche social di Matteo Salvini.

Note

[1] Mieke Bal, “Leggere l’arte?”, in Andrea Pinotti, Antonio Somaini (a cura di), Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2009, p. 211

[2] “Fino a qualche anno fa il nostro Paese era soprattutto terra di transito per coloro che miravano a raggiungere la Germania o il nord Europa. Adesso sono sempre di più quelli che si fermano.”; Fiorenza Sarzanini, “Immigrazione, il 2008 anno record”, Corriere della Sera, 13 novembre 2008

[3] Dati del Ministero dell’Interno, Archivio Storico delle Elezioni — Camera del 13 Aprile 2008, www.elezionistorico.interno.it

[4] Motto di Radio Padania Libera

[5] Lynda Dematteo, L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord (L’idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie), Feltrinelli, 2011, p. 25

[6] Roberta Abate, Angelo Di Caterino, Valentina Vellucci, “Politiche 2008: la campagna audiovisiva della Lega Nord e la necessità dell’Altro”, EC — rivista online dell’AISS Associazione Italiana Studi Semiotici, n.2, 17 gennaio 2005

[7] Corriere della Sera, 20 marzo 1994

[8] http://www.leganord.org/il-movimento/la-nostra-storia/manifesti

[9] G. Lonardi, op. cit.

[10] James Montgomery Flagg, Uncle Sam, World War I (“I want you”)

[11] W.J.T. Mitchell, “Che cosa vogliono le immagini?”, in Andrea Pinotti, Antonio Somaini (a cura di), Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2009, p. 108

[12] Barbara Kruger, Untitled (Your Gaze Hits the Side of My Face), 1981, New York, Mary Boone Gallery

[13] W.J.T. Mitchell, op. cit.

[14] W.J.T. Mitchell, op. cit.

[15] Il fumetto è stato anche medium di propaganda leghista: Federico Mello, “Il mondo visto da Capitan Padania”, Il Fatto Quotidiano (Blog), 27 marzo 2012

[16] Gaia Giuliani (a cura di), Il colore della nazione, Milano, Le Monnier Università — Mondadori Education, 2015

[17] “Studente padano non fare l’indiano”, recitava lo slogan della campagna dei Giovani Padani del 2008.

[18] Georges Didi-Huberman, “L’immagine brucia”, in Andrea Pinotti, Antonio Somaini (a cura di), Teorie dell’immagine. Il dibattito contemporaneo, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2009, p. 250

[19] Come John Kitzmiller in Vivere in pace, 1947, Luigi Zampa

[20] Wikipedia

[21] Jean-Luc Godard, Orazio Leongrande (a cura di), Due o tre cose che so di me. Scritti e conversazioni sul cinema, Roma, Edizioni minimum fax, 2007

[22] Vanity Fair, settembre 2006

[23] “L’uso dei luoghi comuni rappresenta il punto di forza della propaganda leghista, poiché permette di stabilire un legame immediato con quanto gran parte delle persone già pensa e dice senza rifletterci.” L. Dematteo, op. cit. p. 25

[24] “La ribellione del Nord è dunque paradossale e sembra spiegare alcune considerazioni psicoanalitiche sull’enorme carica schizofrenica creata dalla globalizzazione capitalistica e sull’enorme paranoia che provoca come reazione. Le maschere della Commedia dell’Arte sono sempre il prodotto della dissociazione psicologica reificata di tipo sociale. Sono la personificazione di una coscienza scissa o, in altri termini, sono paradossi incarnati.” L. Dematteo, op. cit., p. 228

[25] Gaia Giuliani (a cura di), Il colore della nazione, Milano, Le Monnier Università — Mondadori Education, 2015, p. 4

[26] G. Lonardi, op.cit.

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