Il Nuovo modo di creare: distruggere

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Arancia Meccanica, Kill Bill, Donnie Darko. Tutti film, tutti grandi capolavori con un aspetto comune. Qualcosa che non si direbbe mai che riscuota tanto successo: la violenza. Estrema, irrazionale e immotivata, ideologica e spinta ma soprattutto artistica. Dalla letteratura al cinema, la violenza è stata capace di catturare la nostra attenzione, a volte generando un sentimento di repulsione altre invece attraendoci. La violenza è stata musa di queste pietre miliari della produzione cinematografica.

Iniziamo da Quentin Tarantino, ho citato Kill Bill ma si potrebbe far riferimento a tutti i film da lui diretti. Le sue pellicole sono caratterizzate da scene particolarmente crude, tanto da rasentare l’irrealtà. Il regista poi le rende ancora più “false” utilizzando, nelle parti più cruente, il bianco e nero oppure un colore rosso acceso per il sangue. Deve piacervi il genere, quello “splatter”, ma la violenza usata da Tarantino non da fastidio allo spettatore, anzi tende a divertire. Il regista rende tutto molto spettacolare anche attraverso l’uso di una colonna sonora sempre molto particolare, pensiamo a “You shot me down” che ci fa credere di essere in un vecchio film western. Quello che qualunque altro regista riterrebbe eccessivo ed eliminabile è invece inserito nei film di Tarantino. Una violenza immotivata la sua che è legittimata dal contesto in cui ci veniamo a trovare, uno sfondo che per Quentin è ormai un marchio di riconoscimento: da Pulp Fiction , passando da Le Iene, fino ai più recenti Grindhouse – Death Proof e Bastardi senza Gloria.

Passiamo ad Arancia Meccanica. Si, mi riferisco ad Alex De Large ed i suoi tre drughi. Insomma il capolavoro di Kubrick, che per le scene estremamente violente è stato duramente criticato e che ora è considerato un capolavoro. Un film che però ci infastidisce ma non tanto per le sue scene crude, la verità è che non riusciamo a pensare che gente come Alex esiste eppure c’è; Kubrick infatti non fa altro che rappresentare in maniera provocatoria la generazione dei “giovani d’oggi” che ottengono quello che vogliono semplicemente prendendoselo. E’ la verità, quel modo di comportarsi estremo è nascosto da qualche parte dentro ciascuno di noi, almeno potenzialmente. Possiamo perdere il controllo, lasciarci andare, distruggere ogni cosa. Scontato sarebbe dire che Kubrick dirige il film magistralmente e proprio nelle scene di maggior violenza inserisce l’arte in ogni sua forma. Penso in particolar modo al momento in cui Alex & Co. , intrufolati in una casa di campagna, picchiano i proprietari e violentano la donna cantando “Singing in the rain”e improvvisando un balletto. Ovviamente non è un caso, il regista squarcia la perfezione: quella cinematografica, che rappresentava un mondo idealizzato; quella musicale, pensate alla nona sinfonia di Beetoven, ascoltata da Alex nella propria stanza a cui vengo associate immagini di distruzione e morte, blasfeme.

E’ come per Donnie Darko, nella scena in cui il protagonista spiega il racconto dello scrittore, poco conosciuto, Graham Green “The destructors”1 : “Distruggere fa parte del processo creativo, perciò bruciare i soldi è una provocazione. Vogliono vedere che cosa succede a sfasciare il mondo, vogliono cambiare le cose.” Ecco la spiegazione di tutto. Questo è il punto in cui volevo condurvi. La violenza è distruzione che è, a sua volta, arte. Un film come Donnie Darko dimostra ciò in maniera perfetta, perché come spiegare altrimenti che un ragazzo così intelligente sia così portato alla violenza. Semplice, si distrugge per creare qualcosa di nuovo. I protagonisti del racconto de Green annientare un mondo in cui non si rispecchiano, non lo fanno né per sadismo né per divertimento ma perché, come Donnie che nel film preannuncia la fine del mondo, sanno che solo violentando le cose e solo distruggendo si potrà ripartire da zero.

1“Tutti i racconti” di Graham Green; edito da Mondadori, coll. Oscar grandi classici 2011

B&A

 

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