Giorno dell’indipendenza israeliana – gabbie per i Palestinesi.

Foto da Nervo che osserva: https://www.facebook.com/Nervo-che-osserva-813132448791753/?fref=ts
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11.05.2016 – è il giorno dell’indipendenza, festa nazionale israeliana che commemora la dichiarazione di indipendenza di Israele e la fine del mandato britannico. Notiamo già dalla mattina che nella zona limitrofa alla moschea i coloni si stanno preparando per la festa che daranno in serata, montano un palco e provano degli spettacoli. Arriva la sera e riceviamo una telefonata: dei palestinesi ci chiedono di andare a controllare la zona dove c’è la festa. Forse i check point sono chiusi, non c’è tempo e in preda all’ansia prendiamo un taxi e ci affrettiamo a raggiungere la zona della moschea. Arriviamo ad uno dei check point, è aperto, passiamo:

“hei voi, hei !”
“Dica.”
“Avete qualcosa di pericoloso? Dei coltelli?”
“No, non abbiamo coltelli.”
“Avete un fucile?”
A questo punto apro le braccia, faccio un passo indietro e dico:

“Fucile? e dove?”
“Ok, potete andare.”

Passiamo e appena giriamo l’angolo ci rendiamo conto della situazione, ci saranno un migliaio di coloni con bandiere sioniste che cantano, ballano e si divertono festeggiando tutti insieme. Io e la mia compagna di viaggio ci guardiamo. I nostri occhi sono lucidi e abbiamo paura, sono tantissimi. Faccio una battuta, le dico ridendo che è stato bello conoscerla e si va avanti.
Il primo soldato ci ferma, domande rituali:

“Da dove vieni?”
“Italia.”
“Di che religione sei?”
“Cristiana.”
“Ok, puoi andare.”

Camminiamo ancora, sono davanti a noi, sono dovunque e prevale la rabbia. E’ una delle feste più nazionaliste che abbia mai visto, sono tutti fomentati e celebrano l’indipendenza di Israele. Ma poi, ci spostiamo dall’altra parte della strada, Praied Road, che è divisa in due: una zona asfaltata dove riservata solo agli Israeliani ed un altra sterrata, stretta e quasi impraticabile dove, ai Palestinesi, è concesso di passare. Ovviamente imbocchiamo la seconda. Troviamo dei ragazzi ci salutano e ci dicono che siamo le benvenute, stiamo con loro dall’altra parte del muro. Dei bambini si poggiano alla retina che separa le due strade per vedere la festa ed altri bambini (coloni) li insultano. Sembriamo bestie dietro una gabbia. Dall’altra parte del muro (la nostra) la strada non è illuminata, dall’altra parte del muro non c’è musica e non ci sono lucernari. Dall’altra parte del muro ci sono sguardi tristi e tanta rabbia, dall’altra parte del muro non si desidera altro che vivere in pace.
Scappa qualche lacrima, è inevitabile!
Mi chiedo da dove i Palestinesi prendano questa forza. La forza di lottare, di andare avanti.
La forza di riuscire a vivere sotto occupazione. Penso al significato di “apartheid” e mi rendo conto che è proprio sotto i miei occhi. Sì, questa è apartheid, questo è stato più volte nel corso della storia dichiarato “crimine contro l’umanità”. E allora perchè? Perchè permettono ad Israele di compiere questo scempio? Perchè degli esseri umani devono essere costretti a stare dietro una retina in un’angolo buio a vedersi portare via tutto? Lla terra, il lavoro, la dignità. Non riesco proprio a spiegarmelo.
Continuiamo il nostro giro, incontriamo degli amici, oggi è il compleanno di uno di loro e mi dice:

“Hai visto che bella festa? E’ per me!” e sorride e sorrido anche io.
“Sai, mio padre mi racconta che un tempo noi potevamo andare vicino alla moschea, potevamo stare seduti lì nel prato. Anche se c’erano già i coloni non c’erano problemi se stavamo insieme.”

Ovviamente la conversazione viene interrotta da dei soldati che ci dicono che in quel preciso punto non possiamo stare e quindi ci allontanano. Riprendiamo il giro emi riprometto di non guardare i coloni negli occhi (potrebbe essere visto come un gesto di sfida). Sono troppi ed ho paura ma inevitabilmente alzo lo sguardo incrociando quello di un ragazzino da cui partono una serie di insulti in ebraico che non capisco. Ma capisco dalla sua faccia che è schifato, arrabbiato… non so come descriverlo, ah ecco: mi odia. Ma non quell’odio che provi per un amico che ti ha fatto un torto, bensì quell’odio che provano alcune persone nel vedere un colore di pelle diversa, quell’odio razziale fomentato da un intero stato. Per la strada incrociamo gruppi di ragazzini che intonano cori e sventolano le bandiere sioniste. Restiamo immobili, ci urlano contro. Ansia e ancora paura, potrebbe succedere di tutto. Una ragazza si avvicina con aria intimidatoria alle mie compagne e le chiede con tono aggressivo che cosa vogliono ed un soldato l’allontana.
E’ ora di tornare a casa , la festa è finita per loro e per noi sta per finire quella sensazione di costante paura. Sulla strada del ritorno un soldato ci fa notare che dobbiamo percorrere la strada riservata ai Palestinesi, gli vorrei dire che lo faccio tutti i giorni ma lascio stare. Voglio solo tornare a casa senza più dovermi voltare ad ogni parola in ebraico. Ce ne andiamo, attraversiamo i check point e fra una perquisizione e l’altra ci lasciamo alle spalle quelle enormi bandiere israeliane che sventolano nel cielo Palestinese.

 Nervo che osserva.

foto da Nervo che osserva: https://www.facebook.com/Nervo-che-osserva-813132448791753/?fref=ts
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Quella cruenta normalità – Un “tranquillo” venerdì della rabbia ad Ofer.

Palestina – Demo del venerdì a Nabi Salih.

Palestina – Pasqua ebraica e repressione

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