FRANCES HA. La musa precaria del cinema indipendente.

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“Raccontami la storia di noi due..”

“Di nuovo?”

“Sì.”

“Ok, Frances. Dunque, noi conquisteremo il mondo.”

Quel mondo sommerso che è il cinema indipendente, all’ombra dei bagliori di Hollywood e della notte degli Oscar, continua a crescere e ad arricchirci di produzioni interessanti, a volte vere e proprie piccole meraviglie.
Gran parte dei film presentati nei diversi festival del Cinema Indipendente – Tribeca, Sundance, Toronto, solo per citarne alcuni – non vengono tenuti in considerazione dalla distribuzione italiana e sono fruibili solo grazie a Community di traduttori (Italian Subs Addicted è la più nota) ed al loro appassionato lavoro di sottotitolazione.

Poi accade che film come questi finiscano nelle liste dei must see di Quentin Tarantino e diventino “notizia”. E’ il caso di Frances Ha, il quarto lungometraggio del regista e sceneggiatore Noah Baumbach, citato, dal regista di Pulp Fiction, tra i 10 migliori film del 2013.
Così si è guadagnato una centellinata distribuzione nelle sale italiane, dall’11 settembre di quest’anno, con la Whale Pictures.

Presentato al Toronto e al Telluride Film Festival nel 2012 e poi a Berlino e a Torino, Frances Ha è una finestra sulla vita di Frances, interpretata dalla perfetta Greta Gerwig,  27 anni ed il terrore di sembrare più vecchia, ballerina con un lavoro precario come apprendista in una compagnia newyorkese ed un appartamento a Brooklyn che condivide con la sua migliore amica Sophie (Mickey Sumner).

Il rapporto tra le due amiche, giocoso e complice, decisamente simbiotico, con il proprio linguaggio, le abitudini, le piccole fissazioni è il rifugio dalle disavventure quotidiane e dal contesto poco rassicurante in cui i discorsi sul futuro spaventano. Frances è energica e goffa, impacciata ed esuberante,  e quando Sophie decide di cambiare appartamento e poi di seguire il  fidanzato in Giappone,  si sente tradita e disorientata. Inizia così il percorso disordinato e caotico alla ricerca del suo posto nel mondo.

Gli occhioni spauriti con cui guarda alle difficoltà lavorative, all’affitto da pagare, alle scelte sentimentali, ai suoi coetanei che sembrano esser “arrivati”, ne fanno il ritratto perfetto  della condizione esistenziale degli over 25, persi nel limbo post-universitario, in una condizione di sfruttamento delle proprie capacità professionali,  tra l’evidente immaturità sentimentale con le conseguenti scelte sbagliate e l’ansia di veder svanire presunte occasioni, la competitività latente per assicurarsi lo status della realizzazione personale e le tantissime aspettative, quelle sì, a tempo indeterminato.


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Frances cerca di arrivare dritta all’essenza delle cose, con la sua buffa andatura, danzando tra gli squilibri di un mondo in crisi, in cui si sente lasciata indietro, nell’affanno di raggiungere chi sembra aver trovato la strada, per poi rendersi conto che le vite degli altri, dietro il filtro dei social network, della finzione e dell’autoconvincimento, nascondono le sue stesse paure e fallimenti.
Frances  cerca di arrivare a concepire un’alternativa per se stessa, di definire il suo personalissimo concetto di crescita con un anticonformismo puro ed istintivo, con il suo strambo girovagare fatto di preziosi momenti di libertà e spensieratezza  e nuovi incontri che si alternano a sfighe, bugie, imbarazzi, malinconia e solitudine,  che la porterà alla candida consapevolezza di un “mi piacciono le cose che sembrano errori”.

Il racconto metropolitano, minimalista, che omaggia il Woody Allen di Manhattan, ma anche la Nouvelle Vague di  Truffaut e Godard nelle atmosfere e con la fotografia in bianconero, si sviluppa per tableaux, seguendo con le didascalie le peregrinazioni della protagonista (citazione di Vivre sa vie) ed intreccia la colonna sonora eclettica (dalle influenze dance e glam rock di Bowie e T-Rex, passando per i compositori francesi delle musiche de I 400 colpi e Pierrot le fou, il gipsy jazz, Bach e Mozart) alla fisicità di Greta Gerwig rendendo leggibili le variazioni cromatiche dell’emotività e facendo della giovane attrice la musa del mumblecore.

Il film vuole infatti senza dubbio rilanciare il movimento, corrente del cinema indipendente americano, sottraendolo al tentativo di assorbimento da parte delle multinazionali del cinema che cercano di farne un genere (indizio allarmante la presenza di una sezione Indipendent Pictures della Warner Bros).
Il mumblecore, proponendosi come obiettivo la rappresentazione della realtà attraverso sceneggiature su tematiche contemporanee, la naturalezza dei dialoghi, la scelta di luoghi reali e non ricostruiti, la predilezione per l’indagine sui rapporti personali di questa generazione sospesa alla ricerca dell’inizio dell’autonomia e della vita adulta, con produzioni a bassissimo budget, girate in digitale, con attori esordienti e non professionisti, rappresenta l’anima genuina del Cinema Indipendente Americano.
E mentre il movimento si diffonde in Europa, a partire dal Sehr gutes Manifest , Manifesto del Berlin Mumblecore, e Adam Drive, il Lev di Frances Ha, ritira a Venezia la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile in Hungry Hearts di Saverio Costanzo, il consiglio è di non perdere di vista Noah Baumbach e di innamorarsi perdutamente della deliziosa Frances Ha, del suo non saper ancora bene “fare l’adulta”, del suo non poter andare spesso al cinema perché “è diventato talmente costoso”, delle sue fughe, del suo essere infidanzabile e della sua speranza nel futuro che sono parte del nostro stesso vissuto quotidiano.

 

Qui il Trailer

Ninotchka Yakushova

 

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