Fasci di ruggine

 

 

“L’impero è un grande centro commerciale

l’impero è un palazzo senza porte e senza scale

così chi sta nel fondo nel fondo deve rimanere

e invece chi sta fuori non ci deve proprio entrare

 

L’impero è un palazzo di ferro freddo e cemento

l’impero è un monumento che copre il sole e ferma il vento…”

 

Alessandro Mannarino

Schermata del 2014-11-17 18:45:55

 

Quando percorri le periferie di grandi città, magari in una di quelle tristi e grigie mattinate invernali, in uno dei tanti autobus che le solcano pieni di vite umane che si sfiorano per un attimo, le file di capannoni in ferro e cemento assumono un aspetto più apocalittico, soprattutto quando incroci grandi masse amorfe, di parecchi metri cubi, con anonimi cartelli recanti la fatidica scritta “affittasi”. Sì, affittasi… strano per un intero edificio. E rimarrà così per molto tempo, soprattutto di questi tempi: un fascio di ruggine.

Un occhio fuori dal finestrino e pensi a come queste tristi settimane stiano facendo emergere amaramente i fantasmi di cinquant’anni di uso scriteriato del suolo, di solozioni economiciste sballate e fisiologicamente predisposte all’implosione. Questo poi è uno strano Paese, dimostra sempre di voler primeggiare in un parametro: l’arretratezza. Non si tratta di certo di ricorrere a quel criterio evoluzionistico di arretratezza con il quale lo stato borghese ottocentesco identificava la piccola economia contadina e il latifondo, ma di intravedere qualcosa di diverso in un modello/sistema che vuole innovare con idee, pratiche e visioni le quali, con tanto di arroganza, le si vogliono far passare per paradigma di modernità. Però è sempre guardando là fuori che la sconfitta e il superamento di queste idee prende forma, soprattutto quando ti tornano alla mente le ferite aperte di decine e decine di città italiane, gestite e pianificate con quelle stesse visioni babiloniche: da Genova che si scioglie a Bagnoli massa d’acciaio, dalla Milano che divora la pianura con velocità debordante alla Taranto del “lavoro o salute”, senza omettere la Roma della guerra tra poveri. Persino nei dintorni della Bella Firenze sembra di vivere in un universo parallelo a quello della piramide turistica.

Ci sono poi fatti che fan ben riflettere sull’arretratezza culturale della classe egemone italiana e la sua assenza di visioni prospettiche verso il futuro: le vicende di Expo 2015. Che non solo sono vecchie, ma, come dicevo, hanno l’arroganza di presentarsi come unica via verso il futuro.

Ebbene, come ha bene evidenziato un articolo comparso oggi non di certo sul più bolscevico dei giornali italiani, il Corriere della Sera (qui sotto link e filmato), un “esperimento” analogo è stato fatto in Germania nel 2000, per la precisione ad Hannover, e si è dimostrato un fallimento con una -forse solo oggi prevedibile- successione di disfatte: numero dei visitatori di gran lunga più basso delle aspettative, niente di programmatico ed utile venuto fuori dalla manifestazione, e, ancora peggio, uno scriteriato utilizzo di suolo con il consequenziale affermarsi di una città fantasma. Poi, da quello che mi dicono, la Germania, in casi come Berlino, ha imparato a riconvertire e riutilizzare intere aree dismesse, dando sfogo alla capacità immaginativa di architetti e designer. Sarà un caso che sia, successivamente, diventata simbolo della modernità e del design? Non avranno mica imparato da qualche errore? Da noi invece continuare sulle sciagure del passato, e su quelle altrui, è simbolo di modernità e se ti defili dal coro che va ad unisono sei un gufo. Però i gufi hanno una vista eccellente e volano liberi nella notte. Per non dire che l’uccello di Minerva era una civetta…

Inchiesta del Corriere : http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/14_novembre_16/expo-hannover-14-anni-citta-futuro-no-fantasma-387029cc-6d7c-11e4-a925-1745c90ecb18.shtml

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