CIRCUMSTANCE – la sensualità è rivoluzionaria.

Circumstance - locandina

 

“Questo film non parla di scopate! Parla di diritti umani!”

“Scopare è un diritto umano.”

Tempo di bilanci anche per il Cinema. Al di là delle classifiche degli incassi al botteghino dei vari cinepanettoni, contro-cinepanettoni, anti-cinepanettoni, in un mondo in cui il cinema non è semplicemente intrattenimento post pomeriggio nel centro commerciale, riviste e siti specializzati di settore, prime fra tutti Cahiers Du Cinéma e IndieWire, sfornano in questi giorni le top list del 2014.
Particolarmente interessanti  tra queste  “The 22 Best Documentaries of 2014”, “The Best Women-Directed Films of 2014” e “The Best Films About Women in 2014” di IndieWire e l’imprescindibile “Les dix meilleurs films de 2014” della prestigiosa rivista francese.

Tuttavia, dovendo scegliere un film da suggerire per questo Natale, sono andata a scovare negli archivi del Sundance, vincitore del Premio del Pubblico 2011, Circumstance.

Quarto lungometraggio della giovane regista Iraniana Maryam Keshavarz, Circumstance è un film drammatico softcore e racconta la storia di due diciassettenni lesbiche, Atafeh e Shireen, nella moderna Teheran, preda della polizia religiosa. Atafeh (Nikohl Bosseheri) vive la spensieratezza data dalle condizioni di agiatezza della sua famiglia, Shireen (Sarah Kazemy) soffre la mancanza dei genitori, intellettuali uccisi dal Regime, perché ritenuti oppositori politici. Entrambe bellissime, d’una bellezza mediterranea, sensuale e di una dirompente fisicità, vivono le “circostanze” con l’incoscienza della loro età dandoci modo di vederle muoversi nei contesti della quotidianità, nei sogni, nelle fughe dalla realtà, negli ambienti sotterranei della città, nelle piccole provocazioni e rivoluzioni segrete, fino a sbatterci la testa.
Il pericolo si insinua in questa normalità con il ritorno del fratello di Atafeh da un lungo periodo di disintossicazione. Mehran (Reza Sixo Safai) crede di poter riprendere il controllo sulla sua vita, attraverso quello sulla degli altri, in una altrettanto pericolosa e morbosa overdose di potere che l’essere musulmano ortodosso gli concede.

La riflessione sul confine tra pubblico e privato, libertà personale e leggi in un Paese a regime teocratico che sorge dalla narrazione di questo amore vitale e passionale, fornisce diversi livelli di lettura del film.
Si parla di libertà, di diritto alla diversità, di diritto ad amare parlando di sesso, raccontando le fantasie ed i desideri delle due protagoniste, riprendendole nell’espressione della passionalità e trasportando lo spettatore nei loro sogni dalle atmosfere morbide e suadenti.
Si parla di fuga, del resto del mondo, del rapporto con gli Stati Uniti.
Si parla del legame genuino con la propria cultura, delle radici e delle tradizioni entrando con la macchina da presa in casa, sedendo a tavola con la famiglia, fotografando l’intimità e la complicità del gioco.
Si parla di estremismo religioso, potere, controllo, repressione e corruzione.
Oscillando costantemente, con tenerezza e rabbia, senza mai essere banale, tra l’adeguarsi alla realtà nel richiamo della madre di Atafeh, la spinta alla ribellione nelle idee degli amici ed il puro desiderio di libertà e fuga e salvezza. Ritraendo la ricchezza emotiva e le contraddizioni di ciascun personaggio fin nelle loro scelte difficili e dolorose.

Il film, girato in Libano a ridosso della Rivoluzione Verde, poiché, come spiega la regista, girarlo in Iran avrebbe comportato un rischio per il cast e la troupe, è recitato in Persiano e si snoda con un ritmo lontano dalla lentezza dei film della tradizione Iraniana, quasi a voler tradurre in linguaggio occidentale, componendosi per quadri con una fotografia dai colori vividi e influenze da videoclip musicale.
Maryam Keshavarz parla di una storia “personale ma non autobiografica” o meglio, dice, “io sono in tutti i personaggi”. Lei, che attualmente vive a New York, ed il suo cast, sono figli della diaspora conseguente alla Rivoluzione del 1979, che portò molti Iraniani in America, Canada e Francia. Ne consegue il ritratto di una terra amata e rispettata, sentimenti che trovano espressione nella scelta dell’uso della lingua e delle musiche, ma anche osservata da donna che vive ‘nel resto del mondo’ e conosce ‘il resto del mondo’.
Da donna che, come Atafeh, combatte la sua personale rivoluzione.

Il The Hollywood Reporter definisce Maryam Keshavarz  “una regista con qualcosa da dire ed il talento per farlo”. E lo dice con stile quando fa proporre ad Houssein di doppiare il Milk di Gus Van Sant per diffondere le idee di lotta per i diritti degli omosessuali. Con questo piccolo tributo al Cinema, ne riconosce il potenziale rivoluzionario e quasi gliene suggerisce il compito.
A proposito di doppiaggio e di circolazione delle idee, Circumstance in Italia è stato in sala solo per il Festival Internazionale del Cinema di Roma nel 2011.

Dunque perchè è un film da guardare questo Natale?
Assecondiamo per un attimo il clichè della riscoperta dei buoni sentimenti in prossimità del 25 dicembre:
–  è Natale, e questo film parla d’amore e di libertà, di diritti e di vita, di un’altra cultura e, in un periodo di bombardamento mediatico a base di Salvini e pregiudizi, può essere una buona azione di reazione;
–  quando l’ostacolo all’amore e alla vitalità stessa è il contesto in cui si vive, anche il sesso è un atto rivoluzionario e parlarne attraverso un film è un tributo al diritto ad amare;
–  è la passione a guidare le rivoluzioni, anche quelle personali, e non esiste passione più forte dell’amore.

Buona visione, e buon Natale.

Ninotchka Yakushova

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Trailer :

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