Il termine storia genericamente sta per racconto di fatti ed è accomunato all’idea di una scansione di dati come “prodotti” acquisiti e privi di ogni dinamismo. Poiché è tale, formalmente porta a ragionare su vicende che sono lontane e staccate dal presente. Molti degli artisti contemporanei scardinano questo sistema di pensiero e trasformano il “prodotto storia” in un processo; un fluido unico che spostandosi nel tempo fa automaticamente cadere ogni rigidità a favore di un rapporto dove passato e presente, con i rispettivi linguaggi, contribuiscono l’uno alla lettura dell’altro.
Bill Viola è tra gli artisti ad aver meditato molto su tali concetti. «Affezionato a particolari periodi della storia dell’arte occidentale, come il Medioevo e il Rinascimento, interessato a verificare la persistenza e la trasformazione di topoi figurativi di quelle epoche storiche», l’artista americano dal 1995 in poi si rapporta e rivisita importanti capolavori dell’arte occidentale, legati a quel periodo, come la Visitazione del Pontormo, il Cristo deriso di Bosch, la Pietà di Masolino o la Santa Caterina di Andrea di Bartolo, per il bisogno, in senso artistico, di sentirsi loro collegato, unito. Sulla scia di quanto appreso da esponenti del pensiero culturale e religioso, sia occidentale che orientale, come San Giovanni della Croce, Walt Whitman, Gialal ad-Din Rumi, Viola riprende idee e concetti tradizionali e li ri-attualizza, amplificandone la dimensione più individualistica, più intima, universale e a-temporale.
La prima testimonianza di questo modo di sentire la danno Olfaction (1974), Decay Time (1974) e Il Vapore (1975) - He Weeps for You (1976), opere create in un periodo in cui gli studi nel campo della fisica e dell’elettronica e le ricerche antropologiche lo spingono ad interrogarsi con maggior rigore sulla condizione dell’uomo e sui misteri dell’esistenza. Frequenti diventano nel suo lavoro le immagini di fenomeni atmosferici o di elementi della natura: dall’albero, alla montagna, all’acqua; elementi tutti ad alto valore simbolico.
Il Numero. A partire dalla fine degli anni Ottanta il valore simbolico, sotto forma di numero, entra a far parte anche delle forme della rappresentazione.L’indagine sull’uomo e sugli aspetti emotivi aumenta e si consolida. La sfida percettiva e l’analisi di esperienze basilari che oltrepassino la storia e la singola esperienza sono più che mai sentite come priorità. Con queste opere però c’è un cambiamento nelle modalità esplorative. A differenza di quanto accadeva nella sua prima produzione, a partire dal 1994, con Déserts, Viola nel far convergere nel suo lavoro quello di altri artisti (nel caso di Déserts ad essere coinvolto è il musicista Edgar Varèse; dal 1995 le personalità sono dell’ambito storico artistico), costruisce set cinematografico/teatrali, scrive sceneggiature, lavora con attori, tecnici delle luci e del suono; utilizza una tecnologia di altissima qualità sia in fase di ripresa che di montaggio. Per entrare in relazione con territori altrui, che studia con estremo rigore, analizzando tutti gli elementi delle composizioni pittoriche di riferimento, Bill Viola intraprende un sistema di lavoro completamente diverso dal passato, perché diverse sono le esigenze. La freschezza iniziale dei suoi lavori, dove potevano entrare in gioco gli errori e la “non perfezione” era considerata un valore aggiunto, qui non è più possibile. Non lo è più non soltanto per ragioni commerciali e responsabilità aziendali (la fama di Bill Viola a partire dagli anni ’80 è cresciuta in maniera esponenziale e oggi sono sull’ordine di qualche decina le persone che di volta in volta lavorano con lui), ma anche per ragioni tecniche. Viola è tra i pionieri del video e ciò vuol dire che la tecnologia e la frenesia video sono cresciute con lui.
L’acqua. Uno degli elementi caratterizzanti delle opere di Viola è l’acqua ed ha svariati significati sia dal punto di vista trascendente che fisico. Ricorre in quasi tutti i suoi lavori, tanto da esserne in alcuni casi proprio la protagonista. In una recente intervista lo stesso Bill ha affermato:
A sei anni caddi in un lago profondo. Non avevo paura, anzi mi sembrò di essere arrivato in un bellissimo paradiso. Mi salvò mio zio. Ero piccolo e per molto tempo non capii l’importanza di quell’evento sulla mia vita, sulla mia arte. L’acqua è uno degli elementi più presenti nel mio lavoro. Ci riflette, come accadde a Narciso, ci obbliga a guardarci dentro, in profondità. Per me è l’unico senso remoto della vita: immergersi in noi stessi.
Un’opera intrisa di questa forte presenza dell’elemento acquatico è The reflecting Pool del 1978:
Un’installazione che fa parte del primo periodo di produzione dell’artista, in cui la telecamera è fissa e la scena sembra sospesa nel tempo. Un uomo in un primo momento si avvicina al bordo della vasca, immobile davanti al suo riflesso, elemento anch’esso fondamentale nelle interpretazioni di Viola. Successivamente salta per tuffarsi in acqua, ma rimane come bloccato a mezz’aria per quasi tutto il resto della scena, mentre il suono che prosegue sembra non rendersi conto di tale interruzione, riecheggiando il tipico “splash” dovuto all’entrata in acqua del corpo. L’opera si interroga sul rapporto tra l’individuo, la sua identità ed il mondo naturale attraverso una sorta di rito battesimale.
L’acqua come elemento primordiale viene da lui usato anche per rafforzare l’azione che si sta guardando. Ne è un esempio l’opera Migration del ’76, in cui l’inquadratura va sempre più ad avvicinarsi al rubinetto che perde gocce d’acqua fino a carpire ogni singolo particolare. Il suono della goccia che cade scandisce le immagini come un martello, dando alla scena un ritmo ripetitivo e sempre più imponente. Come già detto, un altro elemento fondamentale nei lavori di Bill è il riflesso, che rappresenta in modo trascendentale la trasmutazione dell’individuo nello spazio. In Migration la ciotola che raccoglie le gocce del rubinetto che perde riflette anche l’immagine dell’uomo che vi è seduto di fronte. Il riflesso a mio avviso rappresenta un estraneazione del corpo dallo spazio, una vera e propria trasfigurazione del reale, che va ad oltrepassare il fisico mondo terreno, quasi a dimensionalizzarsi in una realtà parallela.
Viola prende in considerazione precisi formati dell’arte classica occidentale, come il trittico e il dittico, non tanto per il ruolo che hanno assunto nella storia dell’arte, ma per la funzione tradizionale che la struttura tripartita e bipartita ha assunto nella storia dell’uomo. La triade ricorre sin dall’antichità ed è presente sia nella cultura occidentale che in quella orientale: tre sono le età dell’uomo, tre è il numero perfetto (padre, madre e figlio) ma tre sono anche le divinità induiste Brahma, Shiva e Visnu, raccolte nella Trimurti; per la cristianità si parla di Trinità, e così via, moltissimi sono gli esempi che si potrebbero aggiungere. La stessa cosa si può dire per il dittico, simbolo dei sistemi dualistici dove coppie di opposti vengono messi in relazione: nascita-morte, luce-buio, inferno e paradiso, bianco-nero e via dicendo. Tuttavia uno dei numeri più ricorrenti nelle opere di Viola è il numero 5, il quale incarna un significato particolare. Dopo il viaggio in Giappone, Viola si avvicinò particolarmente alla cultura Zen, al Buddhismo e all’induismo. Cinque sono infatti i 5 elementi (skandha) costitutivi dell’esistenza buddhista, che rappresentano: la forma, la sensazione, la percezione, fattori di composizione e coscienza. Questi legami con l’Asia sono stati molto profondi e Viola come artista traduce la sua ricerca spirituale in riflessioni coinvolgenti, intense e meditative sulla condizione umana. Se si prendono in esame alcune delle sue installazioni come ad esempio Stations (1994), un’opera in cinque parti con una vigorosa
installazione con cinque schermi di stoffa osservabili su entrambi i lati, che mostrano corpi maschili e femminili rovesciati e immersi in un liquido fino al collo. Gli schermi sono appesi al di sopra di lastre di granito lucidato che riflette i corpi: accompagnati da rumori acquatici, i corpi galleggiano e scompaiono e all’improvviso irrompono alla vista. Il carattere ciclico di ciascuna proiezione può fare pensare alla nascita, alla vita, alla morte e alla ri-nascita.
Ancora Catherine’s rooms (2001), video sempre in cinque parti di un giorno,
della vita di una donna. Lo schema quintuplice di quest’opera si ispira ad una pala d’altare in cinque sezioni ispirata ai cinque episodi della vita di Santa Caterina da Siena. In questa installazione la donna prima fa yoga, poi cuce, scrive, accende delle candele ed infine si ritira a letto. Tale ciclicità delle immagini rappresenta il movimento circolare della vita e quindi della natura. Contemporaneamente, il retro delle proiezioni raffigura le immagini di 5 paia di mani che vanno ad invecchiare.
l suo continuo intento a trasportare concetti e situazioni in tempi diversi e in contesti storici differenti, spinge il pubblico ad interrogarsi su ciò che sia identificabile con il presente. Se in un’era come quella in cui stiamo vivendo Bill Viola riesce ad attualizzare opere rinascimentali e classiche in maniera apparentemente semplice -in realtà molto ricercata-, come è possibile scandire una vera e propria differenza tra presente, passato e futuro? Bill invita a ragionare sul tema del tempo e dello spazio, facendoci riflettere su ciò che si possa definire ciclicità artistica.
Giulietta














