Attraversando l’oceano in treno.

Un lungo viaggio verso l’Italia – Londra-Parigi-Bologna-Barletta 11 Settembre 2010- 17 settembre 2010

Un treno può correre di più quando hai semplicemente la voglia di rimanere lì, nel punto da dove parte. E un treno che supera le logiche del possibile ti fa uno strano effetto quando ci sali su. Un viaggio verso l’Italia, un ritorno dall’Inghilterra in treno. Una discesa eterna del cuore dell’Europa con un monumentale finestrino come compagno e una realtà che riprendere le misure con cui sono cresciuta.

Sabato undici settembre e l’addetto alla biglietteria sorride e mi chiede se sono sicura di voler viaggiare in questa data, succube e figlia di una generazione cresciuta sotto la paura del cielo e del diverso, sorrido e gli chiedo uno sconto per il tanto coraggio mostrato. I corridoi della Piccadilly Line si diramano nei sotterranei della St Pancras Station e mi unisco al flusso frenetico di una capitale che mi ha lavato da tutte le paure, ultima sosta in un “24h open Market “ e ultimo cappuccino bollente con gusto di cartone, ultimi Pounds prima del ritorno a casa.

Londra ci abbandona con la sua dolce pioggia mattutina che ci ha rallegrato quando andava via con un tiepido sole, Londra è così maestosa vista nella St Pancras Station, con otto mesi di vita da trascinarsi via con se, con fotografie che hanno il loro peso, con idee da rivoltare in italiano. Poi le porte del treno si chiudono e incomincia la sua corsa, e anche la nostra. Attraversare Londra sui binari ti permette di vederne il retro più curioso fatto di gente che fuma alle proprie finestre, di biciclette ammassate nei giardinetti e di bottiglie di birra lasciate su un tetto dalla notte prima, la pioggia ogni mattina fa la sua pulizia in una città che non si ferma mai, ma proprio mai. Fabbriche in mattoni rossi e stazioni con nomi di paesi sconosciuti lasciano pian piano spazio a campi sempre verdi, e la velocità del treno trasforma il movimento in un flusso continuo di immagini.

Un treno che attraversa il mare è un concetto divertente da accettare, lo scopri come una giostra per grandi e quando inizia l’immersione quasi fai fatica a capire se si tratti di mare o di montagna, l’effetto è simile. I pendolari sono intenti nelle loro letture e i viaggiatori sono assonnati. Buona musica nelle mie cuffie mentre una coppia americana beve vino, quasi a prepararsi al territorio francese, quasi per darsi il benvenuto in Europa. E il treno incomincia la risalita dopo solo trenta minuti e le orecchie ricominciano a sentire più chiaramente e poi la Francia, e magicamente il sole, come se il buon Dio avesse deciso di non spingersi aldilà della Normandia, come se le nuvole fossero dovute alle cartoline londinesi. Ancora campagna e una luce diffusa soccombe le nuvole in lontananza, ci si avvicina a Parigi.

Via la giacca, a settembre non ho mai indossato giacche e a Parigi è la prima cosa che faccio. Continuando a trascinare i bagagli arrivo nel mio quartiere preferito, Place de la Bastille, un concentrato di stereotipi francesi e sapori culinari tutti da scoprire, nei piccoli bistrot rossi e verdi con un bicchiere di vino. E sarà l’euro con cui riprendo le misure, l’aria mite, il leggero divertimento notturno più simile a quello italiano, il francese romantico ma lentamente ritorno con la mente in Europa. Perché quell’isola che ho appena lasciato ti catapulta in un mondo fatto di regole storte, dove hai bisogno di capovolgerti per incominciare a vivere la città, ecco perché Londra è un po’ pazza perché sono tutti con la testa all’ingiù e chi ritorna di lì, ritorna un po’ cambiato.

Prima preghiera per la Londra dei musei free che è passata, mentre ci ingarbugliamo in una fila tra piramidi di vetro per vedere bellezze italiane. Scendiamo e riponiamo i piedi sul marciapiede passo dopo passo, raddrizziamo la nostra testa a ritmo di un francese incalzante, ci rivestiamo dei nostri abiti italiani e visto che l’immagine della torre Eiffel non crea più il vuoto sotto i piedi ci perdiamo nella Parigi fatta di metrò anni ’40, di musicisti sui ponti della Senna e di sere in rue de la Roquette.

Il nostro viaggio si evolve e deve farlo, con bagagli ancora più pesanti passiamo silenziose alla periferia di Parigi e mentre il centro trema per allarmi di terrorismo, classici della nostra generazione, rincomincia la corsa verso un treno, che già ci fa sentire più in Italia. Con passeggieri molto più tristi e ricchi di storie di mondi lontani partiamo per un viaggio lungo una notte, parlando a stento con un tunisino che felice andrà in Italia dalla sua famiglia, il treno ci dondola. E ancora la Francia ci avvolge mentre il sole tramonta e si accendono i paesini che diventano paesaggio e compagnia nel nostro viaggio.

A poche ore dall’arrivo assonnato un cartello italiano ti prende e Domodossola, che quasi credi esisti solo sui libri di geografia delle elementari la ritrovi lì, al confine a darti il benvenuto notturno. Solo in quel momento realizzo il mio ritorno, e appena metto piede nella stazione di Bologna centrale sento tutto il peso di un viaggio lungo una settimana, di case viste in lontananza dissolversi nel cielo inglese, di bambini intenti nel giocare a rugby, di una corsa continua che ho portato avanti per otto mesi, aggrovigliata per le strade di Soho e nella ‘Tube’ londinese, di termini che molto probabilmente il viaggio in una carrozza che puzzava di piscio ha già cancellato, e che un bicchiere di vino bevuto con un sottofondo di musica francese mi ha lentamente modificato, come le mille situazioni che ti sfiorano mentre vivi un lungo viaggio verso il sud.

Bologna non è più la grande città che mi sembrava appena maggiorenne e appena matricolata, mi sembra più un grande paese, amichevole, cordiale, lento. La lentezza, ecco cosa si recupera quando si viaggia senza volare, e con la lentezza tutto è più nitido, il tempo viene assimilato annientando i fusi, lo stomaco ricomincia a respirare di cibi salutari e lentamente ora si arriva nel vero Sud.

Bentornata in Puglia.

A chi mi chiede il perché del ritorno a casa e in Italia dopo i giorni inglesi, io vorrei rispondere con un sogno ricorrente che aveva come protagonisti dei pomodori. Rossi, grandi, succosi, dolci, pestati da mani di bambini e tanto pane con olio e sale… ma mi limito a rispondere con un’espressione facciale e finisco sempre con il parlare del grande ritorno in treno.

 

Londra-Parigi-Bologna-Barletta.

“Fine primo viaggio”

F.K.

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