Arance

ARANCE

«Grazie, signora. Buona giornata».

Ormai non alzo nemmeno più gli occhi dal giornale, o dal pavimento. Chissà se quella signora avrà creduto che stessi leggendo veramente. Sai cosa me ne importa a me della politica o di arricchire la mia cultura, ormai. Lo sfoglio però, cercando qualche parola o immagine che attiri la mia attenzione. Perché la curiosità è ancora quella di un tempo. Sì, sono un tipo molto curioso.

«Grazie, signora. Buona giornata».

Ormai non butto nemmeno più un occhio distratto al cestino con le offerte, tanto sono solo spicciolini da niente che però fanno tanto rumore. I primi giorni, i primi mesi, i primi anni seguivo il tragitto della mano che dal portafoglio si allungava sul cestino quasi vuoto, e contavo e ricontavo i centesimi. Mia madre me lo diceva sempre che sono un precisino, attento ai dettagli fino alla paranoia. Diceva che avrei trovato sicuramente un buon posto di lavoro. Penso che lo dicesse per scaramanzia, ma non ha funzionato. A proposito, forse è il momento di disinfettare un po’ questo posto. Sì, per guadagnarmi l’approvazione e gli spiccioli dei miei ospiti. Chissà se mia madre avrebbe mai immaginato che la mia precisione mi avrebbe portato a pulire i bagni di un grande e famoso e visitatissimo museo. Colgo l’occasione ora che non c’è nessuna signora in bisogno. Perché per fare questo lavoro ci vuole anche una certa esperienza, calcolare i tempi e cogliere il momento perfetto per agire senza creare intoppi alla fruizione. Sì, lavorando in un museo (perché pur sempre in un museo sto!) ho imparato certi termini, anche se non so esattamente in che ambito usarli.

Mi risiedo e sento una voce. «Vado in bagno io e poi puoi andare a casa. Non c’è più nessun visitatore». È la voce gentile della giovane addetta al guardaroba che ogni sera ripete la stessa formula. Chissà se succede anche sugli altri posti di lavoro. Parlare per formule intendo. Per me lei è la signorina “puoi andare”. Mi è tanto simpatica, ed è anche molto carina. A lei è andata un po’ meglio rispetto a me, ma io non mi lamento. In fondo, sono contento di stare qui al posto suo.

«Ciao». Mi saluta e se ne va, senza lasciare spicciolini. Lei non è tenuta a farlo. Spenniamo solo gli esterni. Spenniamo… diciamo che gli stacchiamo una piumetta. Mancano ancora circa quindici minuti alla chiusura del museo. Per riempirli avrei proprio voglia di affacciarmi lassù. Chissà se posso. Diciamo che guarderò una sola opera, per non sentirmi in colpa per non aver pagato il biglietto. Giusto per farmi un’idea di questo tale Guttuso che sento nominare a tante signore (parlo sempre delle signore, ma che ci posso fare! Sono loro che vengono più spesso a trovarmi, e che parlano). Pensavo che la rampa tra me e l’arte fosse più lunga, invece sono già davanti a un quadretto. Beh, quelle palle arancioni devono essere proprio delle arance. Quella forma sferica è davvero rassicurante. Leggo il titolo al lato (questa è una didascalia, lo so!) e trovo conferma: sono proprio Arance. E io che pensavo che l’arte fosse più complicata. Ma ciò che mi cattura l’occhio è lo sfondo blu, intensissimo, e riesco proprio a vedere il colore ammucchiato col pennello. Mi viene voglia di togliere il vetro al quadro e toccare il rilievo grumoso. Chissà come sarebbe stato piacevole toccare il blu ancora fresco. Ma forse sto diventando troppo concreto. Mia madre diceva sempre anche questo. E ora mi toccherà portarmi a casa questa voglia insoddisfatta di toccare il colore.

Erin

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