Al bar della rabbia con Mannarino

Alessandro Mannarino nasce a Roma nel 1979. Nel 2006 dà vita alla “Kampina” una band formata da 5 elementi: trombone, basso, fisarmonica, batteria, violino e chitarra, con cui si esibisce nei maggiori club e locali della capitale. Si esibisce durante il “Festival Jazz” di Roma, come unico ospite italiano all’interno della sezione Off del festival “Castel dei Mondi”.

Mannarino è inoltre stato ospite della trasmissione radiofonica “Viva Radio2“ e ha suonato nel carcere di “Regina Coeli”. Negli ultimi mesi si è esibito sul palco del Teatro Ambra Jovinelli di Roma nello spettacolo “Agostino” ed ha suonato nella trasmissione televisiva “Parla con me” di Serena Dandini. A febbraio 2009 è stato ospite della trasmissione radiofonica “Vasco de Gama” su Radio 2 condotta da David Riondino e Dario Vergassola per cui ha composto la nuova sigla. Il 20 marzo 2009 è uscito il suo primo cd “Bar della rabbia”. L’album rappresenta una fusione tra musiche di confine, varie e contaminate, ispirate ai suoni ed ai volti di una via capitale globalizzata. Il “bar della rabbia” racconta storie vere, o per lo più verosimili della nostra società, comprendendo un’ampia gamma di protagonisti, estratti da ogni ceto sociale.

Capossela è sicuramente presente nel bagaglio culturale di Mannarino che addirittura lo definisce il suo mentore, e man mano che si prosegue nell’ascolto dei brani, ci rendiamo conto che il lavoro del giovane cantautore non rappresenta di certo uno sciapo tentativo di imitazione. I testi delle canzoni di Mannarino raccontano di amore, un amore cercato, che trasmette quella voglia di vivere il momento e l’oggetto del desiderio in tutte le sue sfaccettature. Nel brano “me so’ ‘mbriacato”, l’autore parla di una vera e propria “ubriacatura” nei confronti di una donna. Un termine decisamente anticonvenzionale rispetto alle classiche dichiarazioni d’amore della scena musicale italiana, ma che rispecchia nella più semplice delle espressioni uno stato d’animo che la maggior parte di noi vorrebbe raggiungere. Essere “’mbriaco” di un’altra persona, riuscire a provare un sentimento così travolgente da rimanere inermi dinanzi alla sua forza. Accomuna elementi a dir di qualcuno volgari come “l’odore della gonna”, ai più alti sentimenti aulici ispirati al rumore dell’onda sulla spiaggia. Un ossimoro a dir poco goliardico, ma che esprime a pieno il connubio perfetto tra amore e sesso.

Dalle tematiche amorose si passa a quelle politiche e sociali, sottoforma di metafore comuni e popolane. “Svegliatevi italiani” è una rumba che fa da monito ad una nazione (o al mondo intero?) che sta perdendo di vista le cose importanti per far sempre più spazio alle cose “pesanti”, in particolare i soldi, che rischiano di offuscare l’importanza di quelle “leggere” come la poesia, che ormai si è “persa nel vento”. Parla di un popolo che, come un gregge di pecore, nella maggior parte dei casi segue dogmi e rituali religiosi, non sotto la spinta di un autentica fede, ma di un antica abitudine, di cui spesso ignora totalmente il significato e le origini. I temi affrontati da Mannarino arrivano a toccare persino l’ambito della pubblicità odierna, canzonandola nel tentativo di entrare a contatto con l’acquirente lavorando sempre più su emozioni e sentimenti. “Elisir d’amor” è un mambo che torna a far battere il piede, sembra la storia di un venditore ambulante che urla al grande pubblico le prodezze della sua pozione e, pur di venderlo, è disposto anche a dichiarare che è “capace di curare tutte le ombre del cuore”. “Il bar della rabbia” è il luogo dove tutti i personaggi di questo funambolico teatro vanno a rifugiarsi per bere sulle avventure e disavventure che la sorte ha loro riservato, qui Mannarino da libero sfogo alla sua creatività, passa dalla recitazione (in “romanesco”) al canto, senza mai però trascurare l’ironia che contribuisce a far sfociare le sue parole in uno scenario volutamente grottesco. Brinda a chi è come lui, a chi non crede che nella società odierna tutto sia come ci vogliano far credere, a chi certe volte, nel suo intimo, necessita di uscire dagli schemi prestabiliti e prediligere una finzione piacevole e momentanea, una sorta di gioco fine a se stesso.

“Tevere grand hotel” è una sfrenata danza gitana, infatti a nomadi e vagabondi è dedicata questa canzone. Mannarino ha deciso di girare il videoclip della suddetta all’interno di un campo rom; accusato da alcuni di averlo fatto solo “per marketing”, si crede che la scelta sia stata più genuina, guidata dal fatto che l’autore ha vissuto per tre anni nei pressi di un campo rom. Il suo sembra un tentativo di far conoscere alle persone la realtà di tali luoghi, e soprattutto i giovani ragazzi che la popolano. Proprio loro che rappresentano il futuro e la speranza delle famiglie rom ci trasmettono in maniera inaspettata una gioia di vivere e una spensieratezza che lascia spiazzati.
L’esempio di canzone che meglio riesce a rappresentare l’abilità di Mannarino nell’usare le parole e riuscire a concatenarle in maniera espressiva ed esauriente è: “soldi”, l’ultimo brano dell’album, e una sorta di cantilena ipnotizzante. Canzona, stavolta con un ritmo lento e triste quei borghesi intenti a fare soldi nella speranza di vivere al meglio, ma che non si rendono conto che tutto ciò in cui spendono è poco più di un vezzo. Questo perché al giorno d’oggi tutto ciò che serve per uniformarsi al benessere sociale in realtà non serve: (“Manicure per vezzo
pedicure per l’olezzo
non sono avvezzo a guardare il prezzo
nelle vetrine delle burine
comprerò benché nulla ed un botton”).

Questo cantautore, ancora così poco commerciale (per fortuna), esprime un pensiero, con la speranza di scuotere in noi una coscienza che, dopo i fatti di cronaca avvenuti negli ultimi tempi, non può non reagire, o per lo meno, capire e valutare.

Sandrino

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